Brexit e la crisi nell’Irlanda del Nord

L’ incompatibilità tra Brexit e il Good Friday Agreement (GFA) è stata ovvia a molti fin dal principio. Cercherò di spiegarne i motivi al fine di comprendere come mai la questione è esplosa adesso causando la paralisi del parlamento dell’Irlanda del Nord. 

Il Good Friday Agreement

Il Good Friday Agreement è un trattato di pace firmato il 10 aprile 1998 tra i governi britannico e irlandese, con la rappresentanza di otto partiti dell’Irlanda del Nord e con gli Stati Uniti come garanti. Con questo accordo terminarono i “Troubles”, la guerra nell’Irlanda del Nord. Gli accordi furono poi sottoposti a referendum il 22 maggio del 1998 ed entrarono in vigore il 2 dicembre del 1999. L’unico partito ad opporsi a questi accordi fu quello unionista DUP (Democratic Unionist Party).

Tra i vari elementi presenti nel GFA ci soffermeremo su quelli in contrapposizione con Brexit e quelli relativi alla crisi attuale.

Innanzitutto, l’accordo prevedeva il “power sharing”, ovvero la condivisione del potere tra unionisti e repubblicani; in secondo luogo, l’abolizione del confine tra EIRE e NI, libera circolazione e doppia cittadinanza dei cittadini. In sostanza, L’Irlanda del Nord restava politicamente annessa all’UK, ma territorialmente unita all’EIRE, con la popolazione cittadina di entrambi i Paesi, integrati nell’economia della UE. In questo senso è facile comprendere come l’appartenenza dei due Paesi all UE fosse stata fondamentale nel raggiungimento di questo compromesso.

Brexit

L’uscita dell’UK dalla UE ha minato questa soluzione perché richiede un confine tra UK e UE. Ma dove?

Abbiamo visto che un confine tra NI e EIRE violerebbe il GFA, d’altra parte un confine spostato tra l’isola dell’Irlanda e la Gran Bretagna lascerebbe di fatto il NI tagliato fuori economicamente dall’Unione, cosa alla quale il DUP si opponeva fermamente.

In un primo momento Johnson aveva rassicurato il DUP sostenendo che il confine sarebbe stato spostato sul mare “sul mio cadavere”. Ma Johnson, si sa è famoso per i ripensamenti, i suoi “U-turn”, e nel 2019, in piena campagna elettorale, deciso ad ampliare la maggioranza in parlamento mostrando il successo di Brexit, aveva annunciato che “Brexit is oven ready” (pronta a essere infornata) dopo aver firmato con la UE il Northern Ireland Protocol

Il Northern Ireland Protocol 

Si tratta di un accordo creato per non contrapporre Brexit al GFA, che prevede  la libera circolazione di cittadini e merci e l’inesistenza di un confine (hard border) tra NI e EIRE, spostando dunque il confine e i controlli merci tra NI e UK.

Il DUP e il protocollo

Il DUP, sostenitore di Brexit (entrò anche nel governo di Theresa May per sostenerlo) si è opposto fin dal principio al protocollo, esercitando pressioni sempre maggiori su Johnson per annullarlo, avendolo considerato un tradimento alla parola data.

È possibile, in via della sua opposizione al Good Friday Agreement, che il DUP avesse intravisto in Brexit la possibilità di ripristinare il confine tra NI e EIRE e dunque un riavvicinamento anche “territoriale” con l’unione. L’opposto invece è avvenuto. Il protocollo infatti, in linea con il GFA, rende di fatto l’Irlanda del Nord parte integrante dell’EIRE e della UE e all’interno del mercato unico europeo. 

Economicamente, questa situazione è andata ad ampio vantaggio del NI, che ha visto un’inflazione minore e una crescita economica maggiore del resto dell’UK, e poiché l’opinione pubblica, sia unionista che repubblicana, è ampiamente favorevole alla permanenza del NI nella UE, questo ha portato al collasso del DUP, che alle recenti elezioni amministrative del 5 maggio 2022 ha perso il 25% dei consensi cessando di essere, per la prima volta nella storia, il primo partito dell’Irlanda del Nord.

Se con Brexit il DUP aveva sperato in un’integrazione con l’UK e in un rafforzamento politico, al contrario si è ritrovato in un’Irlanda del Nord sempre più vicina a un’unificazione con l’EIRE e un indebolimento politico. Per la prima volta infatti, il DUP non avrà diritto a scegliere un Primo Ministro, che spetterà invece a Sinn Féin, attualmente, il primo partito dell’Irlanda del Nord.

La perdita del controllo politico dell’Irlanda del Nord ha causato isteria tra le fila del DUP che, in riferimento al Protocollo, ha parlato di “minaccia esistenziale” e deciso di bloccare Stormont (parlamento del NI), rifiutando di votare per uno speaker, formare un governo e dare inizio alla legislatura, sostenendo che ”l’Irlanda del Nord è soggetta a una diversa serie di leggi che ci vengono imposte da un’entità straniera senza che siano state votate da alcun rappresentante eletto del popolo dell’Irlanda del Nord”. La principale delle loro richieste è dunque quella di una totale revisione del protocollo.

Per venire incontro all’UK ed evitare un empasse politica in NI, nei mesi passati la UE aveva offerto di eliminare l’80% dei controlli sui prodotti alimentari e il 50% dei controlli sugli altri beni e in generale una semplificazione delle procedure per rendere l’applicazione del Protocollo più gestibile. L’allora segretario di Brexit, Lord Frost, aveva rifiutato, ritenendo l’offerta “insufficiente” e malgrado ulteriori proposte siano da allora seguite, sono state tutte respinte dell’attuale ministro degli esteri Liz Truss.

Perché il governo britannico non ha accettato compromessi e ha spinto verso una nuova rottura con la UE?

Nasce il sospetto che avendo Johnson firmato il protocollo a scopi elettorali per rafforzare la propria maggioranza, e prima delle elezioni negli USA, fin dal principio non avesse intenzione di aderirvi e contasse sulla rielezione di Trump per violare il GFA (di cui gli USA sono garanti) senza ripercussioni e ricostruire un confine tra NI e EIRE. L’elezione di Biden ha però cambiato le carte in tavola. Fin dal principio, Biden ha messo in chiaro che non avrebbe tollerato violazioni del GFA e la costruzione di un hard border tra le due Irlande. 

A Johnson a questo punto non è rimasto che far ripartire la campagna demonizzante della UE, reclamando la sovranità del territorio e facendo passare il Protocollo come un’imposizione che viola i diritti della Gran Bretagna (Protocollo che – vale la pena ricordare – è stato da lui stesso concordato e firmato e che la UE ha cercato di accomodare per l’UK in ogni modo possibile).

Potremmo dire che come Putin è accorso militarmente in “difesa” del Donbas, in una situazione da lui stesso creata, allo stesso modo, Johnson ora corre politicamente in difesa del DUP, a causa di una situazione da lui stesso creata con Brexit e poi anche sottoscritta attraverso un protocollo concordato bilateralmente con la UE. Anzi, la sua proposizione di rimuovere unilateralmente il protocollo (in contravvenzione delle leggi internazionali) vuole apparire perfino eroica, facendo passare il protocollo come “in contrasto con il GFA”. In un ribaltamento della realtà (a cui ormai siamo ormai tristemente abituati), dove proprio colui che ha deciso di violare un trattato internazionale pretende di esserne il difensore.

Cosa vorrebbero Johnson e il DUP?

  • Garantire che le merci che rimangono nell’Irlanda del Nord debbano soddisfare gli standard britannici ma non quelli della UE
  • Eliminare il ruolo svolto dalla Commissione europea e dalla Corte di giustizia europea nel sorvegliare il funzionamento del protocollo

In sostanza, chiedono una realtà in cui non esista un confine né tra le due Irlande, né tra NI e UK, cosa inaccettabile per la UE per ovvi motivi, dato che da qualche parte un confine deve pur esistere. Oltre a questo, la principale diaspora è che dopo Brexit l’UK ha notevolmente abbassato gli standard alimentari e la UE non vuole rischiare che prodotti di qualità inferiore raggiungano la UE attraverso l’Irlanda del Nord.

Se dunque Johnson e il DUP dicono di opporsi a un hard border tra le due Irlande ma al tempo stesso anche a un confine tra NI e UK (cosa che sanno inaccettabile per la UE), possiamo vedere questa manovra come un tentativo di ripristinare l’hard border, facendo ricadere la colpa della violazione del GFA sull’”intransigenza” della UE.

All’opposizione di Biden (che ha reiterato che eventuali accordi commerciali con gli UK dipenderanno esclusivamente dal pieno rispetti da parte del governo britannico del GFA) l’ex ministro di Brexit, Lord Frost ha sostenuto che gli USA dovrebbero stare fuori dagli affari della Gran Bretagna (facendo finta di dimenticare che gli USA  sono garanti del trattato ed è dunque precisamente loro responsabilità assicurarsi che i termini vengano rispettati).

Questo quadro può aiutare a comprendere il forte impegno di Johnson in Ucraina e l’accordo di protezione firmato con Svezia e Finlandia. Che abbia la funzione di schermo, oppure di deterrente da eventuali ripercussioni per la violazione di un trattato internazionale non è dato saperlo, ma abbiamo imparato che nulla è casuale.

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