Equità e discriminazione

Era il 2018 quando la nuova preside della nostra scuola (una primaria del sud dell’Inghilterra) annunciò che avremmo cambiato approccio nella filosofia dell’istituto: avremmo abbandonato il concetto di uguaglianza e abbracciato quello di equità.

Equità e uguaglianza 

Equità e uguaglianza sono concetti con significati e implicazioni distinti. L’uguaglianza si basa nel trattare tutti allo stesso modo, indipendentemente dalle differenze individuali, mirando a fornire pari opportunità in modo che tutti abbiano le stesse condizioni per raggiungere il successo. Uguaglianza è sinonimo di universalità e oggettività. L’equità invece si concentra sul fornire alle persone ciò di cui hanno bisogno per avere successo in base alle circostanze individuali. Poiché le persone non hanno tutte il medesimo punto di partenza, a causa del sesso, della razza o della disabilità, ecc. l’uguale trattamento può apparire insufficiente a colmare lo svantaggio di partenza. 

La differenza tra equità e uguaglianza è ben rappresentata nell’immagine dei bambini che cercano di guardare oltre la staccionata. Se trattati allo stesso modo non tutti riescono nell’obiettivo: per alcuni il sostegno non è sufficiente a colmare lo svantaggio. L’equità abbandona pertanto l’approccio universale per focalizzarsi sul particolare; passa dunque dall’oggettività alla soggettività.

Non tutti sono uguali 

Da decenni, per chi insegna, questo approccio è parte del buon senso. Appartiene alla logica che ci sono bambini che hanno bisogno di un maggiore supporto di altri. La differenziazione però resta un’equità parziale, un corollario del principio di base di uguaglianza. In sostanza ambisce ad offrire supporto al particolare al fine di metterlo in sintonia con l’universale che però permane in quanto regola.

Il giorno dell’annuncio, nessuno di noi insegnanti era in grado di prevedere cosa sarebbe avvenuto quando la filosofia dell’equità avrebbe preso il sopravvento su quella dell’uguaglianza. Pareva che non avrebbe modificato radicalmente pratiche collaudate, ma solo rafforzato il sostegno. Purtroppo, sebbene l’approccio dell’equità sembri convincente, presenta delle problematiche. Una di esse è di essere fondata su di un principio discriminatorio. Basandosi infatti sull’assunto che non tutti sono uguali, nel tentativo di compensare le ingiustizie o le barriere sistemiche, l’equità conduce alla percezione di operare attraverso “due pesi e due misure”.

L’ambiente e gli strumenti

All’atto pratico il passaggio dall’uguaglianza all’equità comporta una rivoluzione concettuale e strutturale dell’ambiente, il quale non deve più basarsi sulle esigenze della maggioranza ma sui bisogni dei singoli. In sostanza, la spinta non è più verso l’aiutare il bambino ad adattarsi all’ambiente ma nel creare un ambiente adatto al bambino. Se il bambino, per esempio, ha difficoltà a stare seduto al banco, si crea un ambiente (magari con elementi ginnici) dove possa sfogare la propria energia fisica; se ha poca coordinazione e non riesce a scrivere bene, gli si dà un computer perché possa scrivere su una tastiera; se la classe ha troppi stimoli visivi, si utilizzano display con colori neutri; e se rifiuta di stare in classe, gli si consentono delle pause supplementari. 

Celebrazioni

Quello di celebrare il successo (sia questo per un compito portato a termine o anche solo lo sforzo nel cimentarsi ad esso) è da sempre uno stimolo per favorire l’autostima del bambino e incoraggiarlo. Nella filosofia dell’equità invece questa pratica non è più accettabile, in quanto si ritiene che l’elogio al singolo (anche se magari ogni giorno è un bambino diverso) offenda i bambini che non sono elogiati. 

Diritti e doveri

Non tutti i bambini hanno gli stessi diritti e gli stessi doveri. Alcuni bambini, sulla base dei loro bisogni, hanno più diritti e meno doveri di altri. Per esempio, al bambino che ha grossi problemi familiari e arriva a scuola agitato e non è pronto all’apprendimento, viene concesso di passare la prima lezione con un adulto oppure facendo attività che lo tranquillizzano piuttosto che stare in classe dove, oltre a non apprendere, sarebbe di disturbo agli altri. Oppure, i bambini di prima (in UK cominciano a 5 anni) che ancora non sono pronti ad imparare a leggere e scrivere, possono saltare alcune lezioni e partecipare ad ulteriori sessioni di gioco educativo che li stimoli. C’è poi una differenziazione sulle conseguenze. Se un bambino tira un pugno ad un altro, al bambino disabile, a quello appartenente ad una minoranza etnica o proveniente da un contesto familiare difficile viene spiegato verbalmente cosa ha fatto di male e gli viene offerto ulteriore supporto, mentre per gli altri bambini ci sono conseguenze disciplinari.

Le pratiche che ho descritto sono solo alcuni esempi di un processo di trasformazione più vasto che nella nostra scuola portò anche al moltiplicarsi di attività extracurriculari (svolte però nel normale orario scolastico).

Breve termine

Nell’immediato, malgrado le enormi pressioni sul corpo docente, i risultati furono sorprendenti. Data la bassa percentuale di bambini per i quali le eccezioni costituivano la regola, la struttura dell’ambiente scolastico restava intatta e gli specifici individui che beneficiavano di un approccio diversificato che dava loro più diritti e meno doveri, più assistenza e meno conseguenze tendevano a comportarsi meglio e ad essere spesso pienamente reintegrati in classe. In generale, la stragrande maggioranza dei bambini ai quali veniva applicata l’equità piuttosto che l’uguaglianza rispondeva bene confermando il successo della trasformazione. 

Trattandosi di un numero esiguo, era anche facile far accettare agli altri bambini il perché delle eccezioni senza alterare la loro visione d’insieme o innescare un sentimento d’ingiustizia. 

Lungo termine 

La luna di miele durò poco. Alcuni fattori contribuirono a trasformare il paradiso della nostra piccola scuola rivoluzionaria in un inferno. 

Di lì a tre anni o quattro, dopo che si era sparsa la voce che la nostra scuola faceva dei miracoli con i bambini più difficili o i disabili, molti genitori scelsero di portare i loro figli da noi (ci fu dunque il passaggio da un numero esiguo ad uno più sostanziale di “eccezioni”); la nuova filosofia aveva preso il sopravvento sull’intera gamma della vita scolastica; sempre di più erano i bambini educati interamente con il nuovo approccio. Come riflesso furono sempre di più i bambini che si sentivano esclusi dai benefici e quelli che cominciavano a rifiutare la loro “normalità” in quanto appariva addirittura degradante.   

La personalizzazione del sistema aveva funzionato bene fin tanto che le limitate eccezioni non minavano l’universalità, ma con il tempo l’intero assetto educativo passò dall’oggettivo al soggettivo creando nella diversificazione una frammentazione sistematica ingestibile da parte degli insegnanti e priva di punti di riferimento per i bambini.

Ambiente, strumenti, celebrazioni, diritti e doveri 

Basandosi non più sulle esigenze della maggioranza ma sui bisogni dei singoli l’ambiente divenne fortemente disomogeneo creando aree percepite come privilegiate, ovvero luoghi alternativamente educativi  dove avevano accesso solo i “diversi”, contro luoghi tradizionali di apprendimento (aule e banchi). In molti bambini venne a crearsi la percezione che essere “diversi”, quindi avere disabilità, problemi di apprendimento, problemi familiari ecc. fosse una fortuna che garantiva l’esenzione dai doveri e il privilegio di poter fare attività alternative. 

Se l’eccezione verso una minoranza esigua aveva consentito agli insegnanti di far comprendere ai bambini perché alcuni erano trattati diversamente, quando la minoranza divenne più sostanziosa, molti presero ad accettare esternamente il diverso trattamento riservato ad alcuni ma ad interiorizzare il disagio verso ciò che percepivano come un’ingiustizia. Di lì a poco gli alunni con problemi comportamentali aumentarono. Inizialmente, non si facevano eccezioni per loro, ma questo piuttosto che far retrocedere atteggiamenti che parevano reazioni razionali (“se mi comporto male posso andare a dare da mangiare alle oche come X invece di stare in classe”) li acuì, in quanto nascevano da esigenze più profonde: per  i bambini “inclusione” e “diversità” erano venute a coincidere. 

In breve, invece di lavorare per integrare i bambini che presentavano delle problematiche all’interno di una maggioranza, la scuola aveva di fatto escluso “la massa”. L’emarginazione non risiede infatti tanto nel numero di chi resta fuori ma nel fatto del sentirsi “esclusi” dai benefici: è nella messa a fuoco, e a quel punto l’intero concept dell’istituto era mirato ai bisogni di alcuni – i “diversi” – lasciando i bambini “normali” in un territorio incolto, percepito come di abbandono. Per lo più, con la decisione di non premiare più i meritevoli, l’impegno non fu più percepito come “importante”. Agli occhi del bambino, il successo era invisibile agli adulti. 

In quel contesto, alla maggioranza degli alunni era negata ogni forma di positività o diritto. Avevano solo il dovere di accettare che altri avevano più “diritti” perché “diversi”. Paradossalmente, a loro non restava che tentare di omologarsi alla diversità: essere “normali” significava essere “discriminati”. 

Ingestibile

La scuola divenne ingestibile. Da parte dei bambini crebbero le aspettative e i crolli emotivi; da parte dei genitori crebbero le domande di supporto. Dal punto di vista didattico l’inflazione di attività extra scolastiche (gite, passeggiate, assemblee, incontri, workshop) rendevano l’insegnamento frammentario, confuso e insufficiente. 

Del sistema non beneficiava nessuno: i bambini disabili, con problemi di apprendimento o comportamentali, assumendo il controllo su ciò che erano in grado di fare o meno, non avevano più alcun accesso all’apprendimento né possibilità di integrazione in classi che ormai erano completamente sfaldate (piccoli gruppi separati in diversi luoghi e attività). Sempre più erano gli insegnanti assegnati individualmente, cosa che, da un punto di vista economico, non era attuabile. Così insegnanti e assistenti venivano tolti dalle rispettive classi per accudire “i bambini difficili” e costretti al ruolo frustrante di baby sitter. Non ne beneficiavano i bambini “nella media”, più o meno abbandonati a lezioni alterne e inconsistenti. Ma tra tutti, i più danneggiati erano i bambini privi di problemi di apprendimento ma che in generale necessitavano di maggiore attenzione per restare al passo con gli altri. In questo sistema era come se non esistessero.   

Quando noi insegnanti mettevamo in discussione l’approccio sostenendo che oltre a rendere l’insegnamento impossibile stava danneggiando psicologicamente i bambini, venivamo accusati d’intolleranza alla diversità o addirittura d’incapacità. Nel tentativo di rafforzare la giustizia si era creato un sistema che istituzionalizzava l’ingiustizia e demonizzava chiunque destasse preoccupazioni sui principi etici trasmessi ai bambini.

Microsocietà

Ho preso ad esempio l’esperienza nella scuola in cui ho lavorato come uno spaccato di una microsocietà nella quale il passaggio dall’uguaglianza all’equità è stato applicato alla lettera, con tutte le conseguenze che ne sono derivate. Un esempio che può farci aprire gli occhi su quanto stia avvenendo nella società in senso lato.

Il liberalismo multiculturale

Sviluppatosi a partire dagli anni ‘90 all’interno del liberalismo multiculturale, l’equità è apparsa rivoluzionaria nella sua proposta di rappresentazione diversificata nel lavoro e nelle istituzioni, nota come “diversità, equità e inclusione”. Inizialmente faceva parte di un progetto politico associato ai partiti centristi e ai loro leader (Clinton e Blair) che aveva incorporato le richieste dei movimenti sociali, di liberalizzazione dei costumi e dei diritti civili degli anni ’60 e ’70. In seguito, la frammentazione della società in segmenti di gruppi e sottogruppi sarebbe stata la base della targetizzazione e della creazione di prodotti sempre più soggettivistici. Il principio non era più quello di adattare l’offerta alla domanda ma di creare la domanda attraverso l’offerta. 

Come nella nostra scuola, il sistema ha inizialmente funzionato a beneficio di tutti: maggiore inclusione, maggiore ricchezza (grazie alla forza della spinta economica) e un multiculturalismo positivo che arricchiva la società. Ma a mano a mano che sempre più sono state le persone cresciute all’interno di questo sistema; che sono aumentati coloro che desiderano accesso (dagli immigrati ai sottogruppi) si è assistito al medesimo sfaldamento della società e alla paradossale esclusione della “massa”.

La frattura ideologica

La transizione dall’uguaglianza all’equità ha inoltre comportato una frattura ideologica all’interno delle sinistre liberali, le quali – nell’intento di perseguire una società più equa-  hanno spalancato le porte al soggettivismo, consentendo alle destre di rivendicare un ritorno all’oggettività. In modo paradossale abbiamo assistito ad un’inversione dei ruoli dove (almeno concettualmente), la sinistra – alla ricerca di diritti particolari – si è fatta promotrice dell’istituzionalizzazione della disuguaglianza.

Contro questa spinta, le destre hanno promosso il principio che negare l’eguale valore di tutte le persone e sancire chi è privilegiato e chi non lo è su basi soggettive è un’ingiustizia. Se vogliamo presentare un esempio pratico, è stato così che lo slogan soggettivo “Black Lives Matter” (dalla sinistra inteso come rivendicazione di uguali diritti per i neri) è stato percepito dalla destra come “esclusione”, conducendo alla contrapposizione dello slogan oggettivo: “All Lives Matter” (tutte le vite contano).

Anche in campo economico e istituzionale, le quote di rappresentanza per donne, gay, neri ecc. hanno contribuito a creare l’dea di una sinistra che – in favore dell’equità – nega l’uguaglianza e non rappresenta dunque più l’interesse di tutti ma solo di alcune categorie.

È  stato a causa di questo cortocircuito ideologico che la sinistra ha perso la sua tradizionale base elettorale. La classe operaia, esclusa dalle minoranze, non si sente più rappresentata da chi ha abbandonato l’universalità oggettiva a favore dei particolarismi. 

Negli ultimi due decenni abbiamo così assistito a polarizzazioni sempre più estreme. Da un lato una sinistra che ha abbracciato un’ideologia che di fatto la snatura e che l’ha condotta a sezionare la società in modo sempre più capillare, fino a farle smarrire una visione d’insieme. Dall’altro, una destra ultra conservatrice, sovranista, paranoica e complottista.

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