Il ‘caso’ Thomas Jay, nove anni dopo

Nove anni fa mi ritrovai, mio malgrado, al centro di un ‘caso’ quando l’editore Fazi decise di lanciare il mio romanzo facendo credere che il protagonista fosse un personaggio reale, arrivando perfino a creare un comitato per la sua liberazione.  

Per capire cosa successe esattamente nel 2012, all’uscita di Thomas Jay, occorre fare un passo indietro.

Scritto originariamente nel 1999, Thomas Jay era nato come un romanzo intimo. All’apparenza io e un ergastolano non avevamo niente in comune, ma Thomas Jay era un gioco di specchi, la metafora di un dualismo che mi apparteneva e l’espressione di un disagio. La letteratura è questo: finzione. Lanciamo la nostra immaginazione lontano per esplorare il vicino.

Nell’affermazione “Madame Bovary c’est moi”, Flaubert ha sintetizzato un processo creativo. Non lo si fa a livello consapevole. Le radici dell’immaginazione sono insondabili. Talvolta occorrono anni di distanza dal testo per comprendere cosa rappresenta l’universo che abbiamo creato. 

L’editore che aveva pubblicato Thomas Jay per la prima volta nel 2007, Neftasia, aveva interrotto bruscamente i contatti con gli autori un anno dopo senza pagare nessuno. Nel frattempo, Thomas Jay si era fatto strada da solo. Avevo messo una copia del libro in circolazione in una catena di lettura della biblioteca online aNobii e le recensioni positive erano andate crescendo. Un editor di Fazi si incuriosì, lo lesse e mi contattò.

Qualche mese dopo incontrai Elido Fazi. Mi fu chiesto se fossi disposta a riscrivere la seconda parte del romanzo. Sia nella versione finalista al Premio Italo Calvino sia in quella edita da Neftasia, quella parte era scritta dal punto di vista della coprotagonista, Ailie. Fazi, invece, voleva un romanzo scritto interamente in prima persona da Thomas Jay. Detti per scontato che la richiesta fosse un consiglio dato con l’intento di migliorare il romanzo e accettai.

E ora arriviamo al ‘caso’ Thomas Jay. Cominciamo dalla copertina, che è uno degli elementi trainanti della vendita del prodotto. In fondo, mi dice una mia cara amica esperta di marketing, i libri altro non sono che prodotti. È una di quelle realtà che si è costretti ad accettare.

La copertina dell’edizione di Fazi di Thomas Jay era bella, ma non era quella che avrei scelto. Perché? In fondo era un’immagine forte, era originale e accattivante. Ai miei occhi però mancava di una qualità: non coglieva l’aspetto spirituale del romanzo. Era troppo realistica. Raccontava un’altra storia, non la mia. Raccontava la storia che l’editore aveva scelto per vendere il ‘prodotto’.

A Fazi, la spiritualità del romanzo non interessava. Il personaggio era forte, tanto forte da sembrare reale. I lettori sono attratti da storie vere, devono aver pensato. Della Libutti non gliene importa niente a nessuno, ma l’ergastolano Lorenzini può far scalpore. Perché non far passare il personaggio per reale? Poco importava che la ‘realtà’ nulla aveva a che vedere con il mio romanzo e che la prigionia di Thomas Jay fosse una di tipo esistenziale e non reale. Creiamo un ‘caso’ perché tutti ne parlino, fu il piano, poi non importa se ne parleranno bene o male, intanto ne parleranno e il romanzo venderà.

Certamente non ero lì quando questa superficiale, fallace e becera strategia di marketing fu stabilita; né avevo compreso il vero motivo per cui mi era stato chiesto di riscrivere la seconda parte, o il perché quella copertina, seppur bella, offriva una rappresentazione della storia lontana dalla sua natura. Mi ero fidata. 

Ho trascorso diversi anni ripensando alle cose che avrei potuto fare e dire allora, quando fui messa davanti allo scempio della campagna di Fazi; quando vidi il mio romanzo massacrato per una campagna che andava contro tutto quello che avevo scritto e avvicinava i lettori alla narrazione da una prospettiva errata e ingannevole. Alla fine, ne conclusi che al di là di ciò che feci non avrei potuto fare altro. Non avevo alcun potere.

Purtroppo si riflette poco sulle implicazioni della cessione dei diritti. Per spiegarle in parole povere, a meno di non essere autori affermati e dunque con un certo potere contrattuale, l’editore può anche pretendere che non esisti. Nel caso di Fazi, non so se l’operazione fosse stata premeditata o si trattò di una decisione presa all’ultimo momento da un euforico del marketing selvaggio. Fatto sta che avevano registrato una mia intervista per il video promozionale che invece non fu inserita, e il giorno del lancio mi ritrovai un book-trailer dove il personaggio veniva fatto passare per reale, e dove non solo il mio nome non compariva, ma si chiedeva al pubblico di firmare petizioni per la scarcerazione di Thomas Jay. Come se non bastasse, furono addirittura creati siti per la raccolta di fondi.

Non entrerò nel dettaglio degli scambi che ebbi con i responsabili di questa operazione. Furono inutili perché come autrice esordiente non avevo voce. Quanto alla stampa nazionale, fui inquadrata come complice e amen.

Su «Il Corriere della Sera», Flavia Piccinni scrisse: “Se l’editore detta le strategie, gli scrittori non si tirano indietro. Consci del potere di un libro verità, decidono di sfruttare a proprio vantaggio le regole semplici ed efficaci che governano l’enclave pietosa, tanto cara alle atmosfere catodiche, del caso umano”.

In sostanza, in un articolo a tutto pagina sul ‘caso’ Thomas Jay, la Piccinni mi spacciò per complice senza avermi mai contattata o avere preso conoscenza dei fatti, mi accusò di avere sfruttato il potere di “un libro verità” contro ogni evidenza a sua disposizione, ovvero l’essere al corrente che tra la finale del Calvino nel 2002 e la pubblicazione di Fazi del 2012 erano trascorsi dieci anni. Se fossi stata un’autrice opportunista perché non avevo pubblicato nel frattempo una decina di romanzi da quattro spiccioli e avevo invece lavorato, scritto e riscritto in modo ossessivo un unico romanzo? Peggio ancora fu il fatto che fossi giudicata senza neppure essere nominata per nome, neanche fossi uno 0 o una mosca sul muro.

Sinceramente non so neanche se la Piccinni, quando scrisse il suo articolo, avesse letto il romanzo perché se l’avesse fatto avrebbe compreso che Thomas Jay non è un “libro verità” che gioca sul pietismo ma esattamente l’opposto. L’intera ambientazione è anonima, priva di nomi di luoghi; è vaga, surreale e onirica. A prescindere dalla strategia di Fazi, una lettura del romanzo avrebbe chiarito che quello non era un “libro verità” e che tutto si sarebbe potuto dire della mia storia fuorché giocasse sul pietismo. 

A livello personale fece male. Al di là però dell’amarezza (che poi col tempo uno se la fa passare), non sapevo come rimediare al danno che era stato fatto al romanzo. Era paradossale che l’epopea del protagonista finisse per diventare quella dello stesso romanzo: abusato prima da Neftasia e poi da Fazi, ciascuno teso verso i propri interessi, in un carosello di mala-editoria. Ancora più paradossale che proprio io, che avevo fatto poco e niente per pubblicare il romanzo e lo facevo scaricare gratis ai lettori sul mio sito, e successivamente circolare sulle catene di lettura di aNobii, venissi crocifissa come un’autrice che avrebbe fatto qualsiasi porcheria pur di vendere.

Scorrendo, a nove anni di distanza, gli articoli pubblicati all’epoca, mi rendo conto dell’irrilevanza del romanzo, il cui contenuto era stato offuscato dalla scelta promozionale dell’editore. Quello che originariamente era stato creato per comunicare una dualità presente all’interno di ogni essere umano, una volta venduto come ‘prodotto’ veniva frainteso come una truffa confezionata per vendere. Come se in fondo la strategia promozionale stessa fosse stato lo stimolo per la creazione di un prodotto scritto ad hoc per essere venduto. 

Siamo dunque a un nodo cruciale della questione: la percezione di un’opera è strettamente legata alla sua presentazione. I lettori di aNobii si erano avvicinati al romanzo senza preconcetti, guidati solo da una copertina che coglieva lo spirito della storia. La comunicazione da autore a lettore era avvenuta in modo diretto attraverso il contenuto.

Nel voler presentare il personaggio come reale, Fazi scardinò il maggiore punto di forza del romanzo. Prima della campagna, la credibilità della voce del protagonista dipendeva dalla sospensione dell’incredulità, ovvero, i lettori sapevano benissimo che Thomas Jay non esisteva ma volevano crederlo vero. Era cruciale. Il successo dell’opera su aNobii era stato tutto in quella sospensione che è parte dei diritti fondamentali del lettore. Tentando di far passare il protagonista per reale invece, Fazi privò il lettore di quel diritto e uccise il romanzo.

Quello che nove anni fa sentivo solo come un disagio verso una situazione che faticavo ad affrontare, oggi sono diventate consapevolezze. Sono state proprio queste nuove cognizioni che mi hanno spinta a muovere dei passi decisivi, primo tra tutti quello di rientrare in possesso dei diritti del romanzo e liberare (per la seconda volta), Thomas Jay da un editore.

Quando un evento ci colpisce duramente e ci sentiamo impotenti non solo nel riscattare i nostri intenti, ma soprattutto nel riscattare un’opera a cui abbiamo dedicato anni, e in cui abbiamo (letteralmente) riversato l’anima, il silenzio è la cura migliore. Non un silenzio permanente, ma uno di distanza e riflessione che ci consentirà, quando saremo pronti, di riacquistare una voce.

Una voce per Thomas Jay, il progetto del crowdfunding lanciato su Kickstarter per ripubblicare il romanzo e produrne l’audiolibro, è stata la risposta agli avvenimenti di nove anni fa. Il mio riscatto e quello di tutti i lettori che avevano amato il romanzo e ne avevano apprezzato l’integrità.

La voce di Thomas Jay è ora finalmente una realtà.

È la voce dello straordinario Ivan Anoè. È lo spirito di una storia che vuole ancora esistere e comunicare.

5 commenti Aggiungi il tuo

  1. wwayne ha detto:

    Almeno i fondi raccolti furono restituiti?

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    1. Alessandra Libutti ha detto:

      Non l’ho mai saputo. Come in tutte queste cose, era un ginepraio di scarica barile e mail senza risposta.

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      1. wwayne ha detto:

        Mamma mia che vergogna. Sdrammatizzo un po’ il tono di questa conversazione segnalandoti questo carinissimo libro: https://wwayne.wordpress.com/2020/08/23/un-sogno-da-realizzare/. L’hai già letto?

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