1. Assalto a Capitol Hill – Anatomia di un (fallito) colpo di stato 

Questa voce fa parte 1 di 3 nella serie Assalto a Capitol Hill

Riassunto dell’introduzione della prima sessione d’inchiesta sugli eventi del 6 gennaio 2021, tenuta il 09.06.2022

L’assalto a Capitol Hill, avvenuto il 6 gennaio 2021, è stato uno degli avvenimenti più drammatici della storia americana.

Dopo un’indagine durata quasi 18 mesi, il comitato incaricato dell’inchiesta ha concluso che Donald Trump fu il motore di una manovra per rovesciare i risultati delle elezioni presidenziali del 2020, culminata poi in un tentativo di colpo di stato.

Quello che segue è il resoconto dettagliato del discordo introduttivo del primo dei sei incontri della commissione, in cui il vicepresidente della commissione d’inchiesta, la repubblicana del Wyoming Liz Cheney, riassume la ricostruzione dei fatti e di come questi saranno dimostrati attraverso testimonianze fatte sotto giuramento nelle corti federali, registrazioni, telefonate, scambi di email e post sui social media. Una questione che – dichiara la Cheney – “non è più oggetto di discussione.” 

“Hang Mike Pence”

In apertura la Cheney dichiara che Trump era al corrente della folla che gridava “hang Mike Pence” (“impicchiamo Mike Pence” – il vicepresidente), e che dopo averlo saputo disse: “Forse i nostri sostenitori hanno l’idea giusta.” Mike Pence “se lo merita”.

Come si era arrivati a quel punto? 

Sedizione

Nel corso delle sessioni verranno dimostrati i sette punti del piano di Donald Trump per sovvertire il governo degli Stati Uniti. Sette punti che si muovono dalla denuncia di frodi elettorali fino all’assalto a Capitol Hill. 

Per il reato di sedizione, le corti federali hanno già condannato diversi membri degli Oath Keepers e dei Proud Boys. Alcuni hanno confermato che l’assalto a Capitol Hill non fu un’insurrezione spontanea. Nel corso dei processi, hanno mostrato i piani dell’operazione e spiegato che il loro ruolo era di guidare la folla all’interno del Campidoglio e poi costringere i parlamentari a certificare il voto elettorale per Donald Trump.

Trump sapeva di aver perso le lezioni

L’inchiesta ha dimostrato che quando invitò la folla a marciare verso Capitol Hill, Trump sapeva di essere stato sconfitto alle elezioni. Aveva perso oltre 60 casi nelle corti federali, le quali non avevano rilevato irregolarità nel voto elettorale.

Liz Cheney sottolinea che le corti avevano ritenuto le cause così frivole che Rudy Giuliani, alla fine non perse solo le cause ma anche la licenza.

Corte Suprema di NY su Rudy Giuliani - assalto a Capitol hill

Malgrado ciò, Trump ignorò le decisioni delle corti, i consigli del suo staff alla Casa Bianca, quelli del Dipartimento di Giustizia e di quello degli Interni. Spese milioni di dollari di fondi elettorali in campagne mediatiche per diffondere volutamente informazioni che sapeva false, al fine di convincere milioni di americani che le elezioni erano corrotte. Eventualmente, questo condusse all’insurrezione del 6 gennaio.

Il Procuratore Generale

Nei giorni precedenti all’assalto a Capitol Hill, Trump aveva pianificato di sostituire il Procuratore Generale Bill Barr (che aveva rassegnato le dimissioni, dopo essersi rifiutato d’intraprendere una direzione che riteneva illegale) con una persona che fosse d’accordo nell’usare il Dipartimento di Giustizia per confermare le sue affermazioni sulle frodi elettorali. Ai suoi alti funzionari aveva detto: “dite soltanto che le elezioni erano corrotte e lasciate il resto a me e ai deputati repubblicani.” Quelli che rifiutarono furono sostituiti.

Offrì il posto di Procuratore Generale pro-tempore a Jeff Clark, un avvocato del Dipartimento di Giustizia. Il piano era di fargli inviare una lettera allo stato della Georgia e altri cinque stati che diceva:

“Abbiamo rinvenuto elementi significativi che hanno influito sul risultato delle elezioni.”

Lettera di Jeff Clark - assalto a Capitol Hill

Questa lettera affermava il falso. Il Dipartimento di Giustizia aveva infatti insistito di non avevere trovato tracce di frodi elettorali. Se inviate, queste lettere avrebbero spinto i funzionari degli stati in questione a invalidare il voto per Biden.

Ribellione al Dipartimento di Giustizia

Il vice Procuratore Generale pro tempore, Richard Donoghue si oppose:

“Questo potrebbe essere un passo grave per il dipartimento di Giustizia, con conseguenze gravissime a livello costituzionale, politico e sociale per il Paese.”

Dichiarazione di Richard Donoghue - assalto a Capitol Hill

“Quello che proponete è niente di meno che chiedere al Dipartimento di Giustizia d’ingerire sul risultato di un’elezione presidenziale.”

Molti funzionari che erano stati incaricati dallo stesso Trump si rifiutarono e minacciarono di rassegnare le dimissioni. Le loro testimonianze verranno mostrate nel corso delle varie sessioni. Jeff Clark invece ha invocato il quinto emendamento, avvalendosi della facoltà di non rispondere per non auto incriminarsi, così come anche il deputato repubblicano Scott Perry, che era stato promotore dell’appuntamento di Jeff Clark a Procuratore Generale. Dopo il 6 gennaio, Perry, come altri deputati repubblicani, aveva contattato Trump chiedendo la “grazia presidenziale”.

Le pressioni su Mike Pence

Avendo fallito ogni tentativo nel convincere gli stati a ribaltare il voto, Trump tentò di convincere il vice presidente Mike Pence a certificare comunque le elezioni in suo favore. Pence rifiutò e a un mese dagli eventi ne spiegò le ragioni.

Quello che Trump chiese a Pence, afferma Liz Cheney, era illegale e anticostituzionale. Questo era stato spiegato a Trump anche da molti funzionari. Nonostante ciò, Trump continuò a esercitare pressioni su Pence sia in privato che pubblicamente.

A contribuire alle pressioni su Pence c’era un altro degli advisor di Trump, l’avvocato John Eastman. Mentre tra gli advisor di Pence si era affiancato l’ex giudice federale Michael Luttig, una delle più alte menti legali dell’ala repubblicana. Luttig scrisse un rapporto spiegando l’illegalità di ciò che veniva chiesto a Pence, in quanto un vice presidente non ha alcuna autorità di cambiare il voto elettorale.

Nel corso delle indagini – prosegue Liz Cheney – per ottenere le necessarie documentazioni, il comitato si è rivolto al giudice federale Carter, il quale emise un ordine della corte, costringendo Eastman a consegnare 159 documenti. 

Dopo avere esaminato il materiale, il giudice Carter ha concluso che le pressioni fatte a Pence violavano almeno due leggi criminali federali. Inoltre ha dichiarato che se il piano di Eastman e Trump avesse funzionato avrebbe permanentemente minato la pacifica transizione del potere, ponendo fine alla democrazia americana e alla costituzione.

“Se il paese non s’impegna a investigare e punire i responsabili, la corte teme che il 6 gennaio si ripeterà.”

Le pressioni sui funzionari degli stati

Nella quinta sessione, verranno presentate le prove di come Trump tentò di corrompere i rappresentanti eletti di alcuni stati al fine di spingerli a cambiare i risultati elettorali in suo favore.

Tra questi tentativi, c’è anche la telefonata di un’ora al Segretario di Stato repubblicano della Georgia Brad Raffelsberger in cui oltre a minacciarlo di sanzioni penali, lo intimava di “trovargli” 11.780 voti. (registrazione integrale della chiamata)

La marcia a Capitol Hill

La sesta sessione prenderà in esame come Trump instigò la folla a marciare a Capitol Hill e di come, una volta che l’assalto era in corso, si rifiutò di rivolgere un appello ai suoi fan chiedendogli di fermarsi, d’inviare la guardia nazionale, contattare il Dipartimento della Difesa e quello della difesa territoriale.

Dodici funzionari della Casa Bianca hanno testimoniato di aver tentato in tutti i modi di convincere Trump a intervenire.

Che l’invito di Trump non fosse dettato dall’impeto delle emozioni ma facesse parte di un piano organizzato in precedenza è stato provato dalla ricostruzione di alcuni momenti importanti relativi non solo all’esistenza di piani dettagliati, di cui erano in possesso i Proud Boys e gli Oath Keepers già nei giorni precedenti al 6 gennaio, ma anche da una serie d’incontri avvenuti già a dicembre, testimonianze e messaggi sui media.

Il 18 dicembre 2020, circa 3 settimane prima dell’assalto a Capitol Hill, un gruppo che comprendeva: l’avvocato Rudy Giuliani, l’ex generale Michael Flynn e l’avvocato Sydney Powell visitarono la Casa Bianca.

“Sappiamo – dice Liz Cheney – che il gruppo discusse una serie di passi drammatici, tra cui anche quello di utilizzare l’esercito per sequestrare le macchine per il voto e potenzialmente indire nuove elezioni. Sappiamo anche che Trump trascorse diverso tempo da solo con il gruppo prima che lo staff della Casa Bianca fosse messo a conoscenza della presenza del gruppo.”

“Be there, will be wild!”

Circa un’ora dopo l’incontro, nelle prime ore del 19 dicembre, Trump postò un tweet in cui invitava i suoi supporter a una grande protesta 6 gennaio, promettendo che sarebbe stata “selvaggia”:

Tweet di Trump che invita alla protesta "selvaggia" - assalto a Capitol Hill

Questo tweet dette avvio a una concatenazione di eventi che coinvolse direttamente il gruppo di Proud Boys e Oath Keepers. I Proud Boys incriminati hanno confermato di avere coordinato e invitato la folla all’assalto di Capitol Hill e alle forze di polizia presenti.

Molti scambi di mail tra deputati repubblicani confermano che anch’essi fossero a conoscenza dei piani di preparazione per l’insurrezione del 6 gennaio.

Steve Bannon

Lo sapeva anche Steve Bannon, il quale il giorno prima, nel suo podcast aveva ribadito che “si sarebbe scatenato l’inferno”:

Nel pieno dell’insurrezione, mentre Trump, malgrado le pressioni dei funzionari della Casa Bianca, rifiutava di porre fine all’assedio, il senatore repubblicano Kevin McCarthy tentò di chiamare il presidente personalmente e – dopo aver fallito nel dissuaderlo – chiamò numerosi membri della famiglia Trump perché s’interponessero.

Alla fine fu il vice presidente Mike Pence a contattare la Guardia Nazionale e farla intervenire.

Il generale Milley spiega che Pence fu categorico con Segretario della Difesa Miller (che era stato incaricato solo due mesi prima da Trump) dicendogli che doveva intervenire subito per porre fine all’assalto a Capitol Hill.

Milley sostiene anche che vi furono pressioni da parte di Miller per costruire un “narrativa diversa”, ovvero ignorare le richieste di Pence, affermare che solo il Presidente degli Stati Uniti aveva tale autorità e che la situazione era sotto controllo e non occorreva fare niente.

Eventualmente, Trump postò un video solo molte ore dopo (e dopo l’intervento della Guardia Nazionale) in cui disse ai suoi supporter, che per ore avevano assaltato il Campidoglio:

“Vi amiamo. Siete molto speciali.”

Dopo il fallito colpo di stato

Nel corso delle due settimane successive, tra il fallito colpo di stato e l’insediamento di Joe Biden, alcuni membri della famiglia Trump e alcuni funzionari del suo entourage, in scambi di mail, considerano di far invocare il 25esimo emendamento (che avrebbe comportato il passaggio del potere pro-tempore a Pence per incapacità del Presidente).

Alcuni membri del gabinetto si dimettono, altri invece scelgono di restare per cercare di normalizzare la situazione.

Dagli scambi e dalle testimonianze emerge la consapevolezza delle persone vicine a Trump che l’influenza esercitata dal gruppo di consiglieri di cui si era circondato rendeva la situazione instabile e pericolosa. Le mosse di Trumo erano imprevedibili e pericolose per il Paese.

In conclusione del suo discorso introduttivo, la Cheney afferma: 

“Bisogna capire che quando un presidente viene meno ai suoi doveri costituzionali, siamo in un momento di grave pericolo… Ai miei colleghi repubblicani dico questo:

verrà un giorno in cui Trump se ne sarà andato ma il vostro disonore resterà.

Per la seconda parte della prima sessione, cliccate qui

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