Come ho già fatto in passato, ricorrerò ad uno dei miei autori preferiti per fare il punto su alcuni aspetti inquietanti del movimento propal di questi ultimi mesi. Si tratta del visionario J.G. Ballard, grande conoscitore degli angoli più remoti e torbidi dell’animo umano, artefice di alcune acute distopie. In particolare, mi servirò del romanzo “Condominio” (in inglese “High Rise”, ovvero “Grattacielo”), rappresentazione emblematica dell’umanità.
In questa comunità circoscritta e dalla gerarchia sociale evidente, l’equilibrio si regge sull’adesione degli inquilini a regole consuetudinarie di civiltà. È un contesto nel quale, come ne “Il signore delle mosche” di William Golding, l’abbattimento della struttura, ovvero il respingimento di codici comportamentali acquisiti non porta ad alcuna maggiore giustizia o equilibrio sociale ma al riemergere di tendenze naturali bestiali dove l’unica a vincere è la sete di potere. Per quanto “gabbia”, per quanto ipocrita o classista, la struttura tiene insieme gli esseri umani in un equilibrio di convivenza civile, dando la possibilità alla ragione di prevalere sull’istinto. E l’istinto, tanto per Ballard quanto Golding, è un baratro di violenza efferata, dominata dalla naturale tendenza alla sopraffazione. Per Ballard, questa visione iper-realista dell’umanità aveva radici nella propria infanzia trascorsa in un campo di concentramento giapponese: un luogo dove l’istinto alla sopraffazione poteva essere la sola garanzia di sopravvivenza.
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