Tracce del passato

“Il narratore non cerca il senso della vita, ma piuttosto la morale della Storia. Non cerca il senso di una vita, ma la morale di tutte le vite possibili.” 

(Walter Benjamin)

La casa di mia nonna odorava di lavanda o qualche altro profumo che non riconoscevo. Era un appartamento ordinatissimo e immacolato dove avevo sempre paura di lasciare qualcosa fuori posto, non perché temessi di essere rimproverata ma per paura d’infrangere la perfezione. C’era un che di artistico un po’ in tutto e non saprei spiegare cosa fosse perché era una casa modesta; forse i ricami, i pizzi o i centrini che la decoravano ma non solo, era la cura e la dedizione che mia nonna infondeva in ogni cosa. L’oggetto più bello della casa era un’antica macchina da cucire che io adoravo e che un giorno mi avrebbe lasciato. Tutto aveva il sapore di antico, anche se in realtà le maggior parte dei mobili del soggiorno non lo erano, ma la camera da letto era un tuffo in un’altra epoca e l’atmosfera che emanava prevaleva su tutto. La discrepanza tra i due vani della casa era notevole, come fossero stati due universi. Ero però troppo giovane per fare caso al fatto che i miei nonni occupassero stanze separate; lo sapevo ma mi pareva una cosa naturale, come se tutti i nonni del mondo avessero fatto allo stesso modo; né mi soffermavo sul fatto che nonno Bruno non avesse neanche una sua camera ma dormisse nel soggiorno. Notavo però la differenza in ciò che ogni ambiente comunicava, come se mia nonna avesse trattenuto tra le mura della sua stanza un’epoca scomparsa a lei cara e il soggiorno fosse invece un luogo neutro e transitorio. Il corridoio e la sua stanza erano piene di ritratti: c’era una sua foto di quando doveva avere avuto vent’anni, e una della madre, piu o meno alla stessa età: volti e pettinature che mi ricordavano i film di Charlie Chaplin; e poi ce n’era una ancora più lontana nel tempo di una donna che doveva essere vissuta chissà quando con quell’abito che le stringeva il collo, troppo antica perché vi facessi troppo caso. Erano donne di cui non conoscevo il nome e di cui mi disinteressavo. Non sapevo ancora che una quindicina di anni dopo, tra le cose che mia nonna mi avrebbe lasciato, ci sarebbe stata anche la foto di quella donna. Ma neanche allora vi avevo prestato attenzione. Dovevo aver messo tutto in una scatola che poi avevo portato con me in Inghilterra e depositato in fondo agli armadi delle varie case in cui avevo abitato. La tirai fuori quasi trent’anni dopo e la appesi nella mia camera da letto dove era rimasto un gancio vuoto dopo la fine del mio matrimonio. Non so cosa mi aveva spinto ad appenderla lì, né avevo idea di chi fosse, al punto che di lì a qualche anno avevo anche dimenticato di averla trovata tra gli oggetti di mia nonna e dunque non ero sicura da quale ramo della famiglia provenisse. Non ci stava neanche bene in quel punto, piccola, solitaria e sperduta, ma non ricordo mai una sola volta di aver pensato di rimuoverla o sostiturla o tanomeno cercare di scoprire chi fosse. La osservavo ogni tanto, ignara e priva di curiosità, come se identità e relazione fossero irrilevanti perché esisteva già tra noi una linea di comunicazione che trascendeva la conoscenza. Senza rendermene conto, avevo fatto una cosa tanto irrazionale quanto significativa: ne avevo fatto una specie di nume protettivo in un momento delicato della mia esistenza. Sarebbe stata mia sorella ad illuminarmi qualche anno dopo: “Ma chi te l’ha data questa foto di Adele?” mi chiese. Avevo già sentito quel nome? Non credo. Adele, Bàrbera, erano nomi sconosciuti. Mia madre infatti, riferendosi a Bàrbera diceva “la mia nonna”, e altrettanto faceva sua madre riferendosi ad Adele. I nomi conosciuti erano altri: la zia Livia, la zia Delia e lo zio Cino li avevo sentiti nominare tante volte, ma poiché erano persone morte molto tempo prima che nascessi le percepivo come fossero stati personaggi di un film senza intravedere con loro alcuna relazione. È naturale nell’infanzia limitare la percezione della parentela alle relazioni immediate, e per me era come se i parenti di mia madre non fossero i miei. La sua vita passata, come quella di mia nonna mi erano aliene non tanto nella conoscenza quanto nell’essenza. In effetti erano relazioni lontane: si trattava degli zii non di mia madre ma di mia nonna; ma mano a mano che si avanza nella vita, qualcosa cambia in quella percezione, allora il tempo passato anziché espandersi come ci si aspetterebbe, si comprime, e i legami di sangue acquistano un’importanza che all’alba della vita ci è sconosciuta. E’ un passaggio graduale di comprensione e avvicinamento in cui il remoto si fa contiguo, come se ogni persona, anche lontana, fosse un anello di una stessa catena. L’idea di una continuità e di un processo di causa ed effetto crea una pulsione inquisitiva che impone di non limitarsi alla parentela immediata, perché le componenti di ciò che siamo dipendono tanto dall’ambiente ed il contesto quanto dalle caratteristiche di chi ci ha preceduti: ogni persona come influenza diretta dell’altra.

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