Identità al femminile

Alcuni silenzi gridano. Me ne viene in mente uno in particolare: quello sull’opera di Sibilla Aleramo. Quanti di noi, tra i banchi di scuola, l’hanno studiata? Si tratta di un silenzio sintomatico.

Sappiamo che tanto l’innovazione quanto l’inserimento nel contesto storico e culturale di cui un’opera letteraria si fa portavoce sono componenti fondamentali perché possa essere ritenuta rappresentativa. In base a questo criterio “Una donna”, opera prima della Aleramo, è una pietra miliare: si distanzia radicalmente dalla tradizione attraverso un punto di vista che per la prima volta offre una rappresentazione della donna non filtrata dalla percezione maschile; presenta uno spaccato storico; mette in discussione le strutture sociali. “Una donna”, uscito nel 1906, non è soltanto la storia di una presa di coscienza femminile, ma un’indagine sulla società e i suoi costumi che, ad oltre un secolo di distanza, riesce ancora a parlare.

Secondo la Aleramo infatti, l’ostacolo nella liberazione della donna è l’interiorizzazione dell’oppressione imposta dal modello sociale patriarcale che si manifesta nella “mostruosa catena della immolazione materna”. Viva è la sua rappresentazione di un disagio che, pur avendo assunto nuove valenze nel tempo, ancora sussiste oggi nell’eterna spaccatura che richiede alla donna la costante ricerca di equilibrio tra maternità e affermazione dell’individualità.

Nella sua testimonianza di ribellione alle imposizioni sociali, la Aleramo rivendicava un modello di emancipazione che oltrepassasse l’imitazione dell’uomo e si basasse sull’identità femminile:

La donna, ch’è diversa dall’uomo, in arte lo copia. Lo copia anziché cercare in se stessa la propria visione della vita e le proprie leggi estetiche. E ciò avviene inconsapevolmente, perché la donna non si è resa ancora chiaro conto di se stessa, non si distingue ancora ella stessa dall’uomo.

Un pensiero che sarebbe stato in seguito espresso anche da Virginia Woolf:

Sarebbe un grandissimo peccato se le donne scrivessero allo stesso modo degli uomini, o vivessero come gli uomini, o assumesseero l’aspetto degli uomini, perché se i due sessi sono insufficienti, considerate la vastità e varietà del mondo, come potremmo cavarcela con uno solo? Non dovrebbe forse l’educazione far emergere le differenze invece delle somiglianze?

Per loro parità non era dunque uguaglianza ma affermazione della diversità, in quanto “uguaglianza” significava arrendersi all’idea che la dignità intellettiva apparteneva all’uomo mentre la donna poteva avvicinarvisi solo attraverso un processo emulativo. Da parte della Aleramo si trattava di una castrazione: la dignità andava guadagnata attraverso l’affermazione dell’individualità femminile piuttosto che attraverso la sua negazione.

Intrecciando il discorso sul femminismo con quello letterario domandava pertanto alle donne un superamento:

Come mai tutte quelle “intellettuali” non comprendevano che la donna non può giustificare il suo intervento nel campo già folto della letteratura e dell’arte, se non con opere che portino fortemente la propria impronta?

Questo discorso di affermazione dell’individualità femminile, in netto contrasto al modello emulativo, è la chiave per comprendere l’esclusione del suo pensiero e della sua opera dai testi scolastici. L’indifferenza è una forma di ostracismo sottocutaneo nei confronti di un pensiero rifiutato da una società che rimane culturalmente patriarcale e che, su quella base, stabilisce i criteri di rilevanza.

Cerchiamo di capire allora perché Sibilla Aleramo non è ritenuta sufficientemente “rilevante” da meritare di un posto d’onore nella storia della letteratura italiana. Per un motivo semplice: non le si attribuiscono valenze “universali”. Questo perché esiste un concetto radicato che divide la cultura tra “universale” e “femminile”, là dove la prima è ritenuta tale in quanto comunica a tutti, mentre la seconda è percepita come limitativa, in quanto riguarda solo le donne.

Si tratta di un retaggio atavico: per secoli “universale” ha significato “maschile”, in quanto la cultura apparteneva agli uomini. Nel corso dell’emancipazione, la donna si è inserita nell’universalità come fruitrice ma mai come portavoce. Solo astraendosi dal proprio genere e mimetizzandosi è riuscita ad ottenere qualche attenzione; ne è stata però esclusa ogni volta che ha condotto un discorso di affermazione attraverso la diversità.

Questa dicotomia mai risolta rappresenta a tutt’oggi un grosso ostacolo nella percezione della cultura, la quale continua a sancire che “universale” è sinonimo di “maschile” e che dunque un’opera incentrata sull’evoluzione del pensiero di una donna non interessa (o lo fa limitatamente) l’uomo e dunque la società in genere.

Un insegnamento scolastico basato su questa impronta è concettualmente discriminatorio. Crea, già tra i banchi, la concezione che rilevanza e universalità sono circoscritte al pensiero dell’uomo; che tutto ciò che lo riguarda è sempre pertinente per tutti, mentre il pensiero della donna contiene un messaggio limitativo.

 

 

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