Permanenze

Ricordo una sola cosa del giorno in cui entrai per la prima volta nella casa di un mio compagno di classe delle medie. Non ho alcuna memoria di cosa avessi fatto quel mattino a scuola. Che lezioni avevamo avuto? Non ricordo neanche se quel pomeriggio facemmo i compiti insieme oppure si chiacchierò e basta.

La memoria è una carezza d’immagini vaghe e disordinate. È come se tutto ciò che precedette quel preciso istante non fosse mai esistito e neanche le ore, i giorni o i mesi che seguirono. Resta solo quell’istante incredibile quando, a dodici anni, mi trovai davanti un’immagine così stupefacente da portarmela dietro per tutta la vita.

Mi rivedo bambina, con la mia salopette di jeans e il caschetto nero, in preda a uno stupore tale da farmi girare la testa. Non era una libreria quella che vidi appena misi piede nel soggiorno, ma un’estasi. Infinite librerie si ergevano fino al soffitto occupando ogni parete; al piano di sotto, al piano di sopra, ovunque intorno a me, solo libri. 

Vorrei poter raccontare cosa pensai, cosa feci, cosa dissi ma non ricordo nulla. L’unica permanenza è una memoria visiva ed emotiva. Per molto tempo però, anche quella memoria pareva scomparsa. Era stata spinta giù al fondo di un magazzino di ricordi, dove sopra si erano accumulate tutte le esperienze degli anni successivi.

Poi una sera del 1999 mi ritrovai a scrivere di getto questa parte di Thomas Jay:

Perlustrai con lo sguardo la stanza apparentemente disadorna, ma appena mi voltai, notai su una parete laterale un’immensa libreria che si ergeva su in alto fino a raggiungere il soffitto.

Non avevo mai visto nulla del genere.

Il primo uomo nello spazio, davanti alla maestà dell’universo, doveva avere in volto la mia stessa estasi. Volumi di ogni tipo, fattura, rilegatura, colore, spessore si innalzavano in un monumento alla conoscenza umana. Rimasi con il fiato sospeso.

Una lunga scala era agganciata a un’asse del penultimo scaffale e scivolava per tutta la lunghezza della libreria. In quell’istante, le lancette del tempo si erano eclissate.

Passai in rassegna alcuni volumi: ce n’erano in greco, latino, tedesco, ceco, alcuni antichissimi. Su un altro lato invece, dove erano riposti i libri in inglese, le copertine erano più moderne e molti dei titoli li riconoscevo, perché fin da bambino ero cresciuto rovistando tra i libri di mia nonna. Ma l’insieme era come un coro di voci che mi chiamava. 

Mi avessero rinchiuso in quella stanza per tutta la vita, avrei fatto come Proust, non ne sarei mai più uscito.

A vent’anni di distanza quella memoria visiva ed emotiva si era fatta breccia fingendosi immaginazione, ma non lo era. Era un episodio della mia infanzia che stavo descrivendo, anche se riadattato.

Quando si scrive, sia che lo si faccia in modo consapevole o inconsapevole, attingiamo alle nostre esperienze. Talvolta possono essere parte del nostro vissuto, altre volte parte del vissuto di qualcuno a noi vicino, oppure ci ispiriamo a cose che si sono lette, imparate, sentite. Eppure, molto di quanto ci appartiene è consapevolmente irraggiungibile: qualcosa che si presenta a noi attraverso un processo di associazioni talvolta così repentine, che pur rendendoci conto che esistono connessioni, non saremmo in grado di risalire a ogni passaggio che ci ha guidati verso una certa immagine.

Da un punto di vista intellettivo, potremmo definire questo un limite, ma è proprio su questo limite che si fonda la nostra creatività: nell’inconsapevolezza di processi che possono sembrarci casuali ma non lo sono mai.

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