Patriarcato e metafore letterarie

Non ho buoni ricordi della mia infanzia. Una coltre, come un’ombra, si insinua nella memoria impedendo accesso ad una luce che pure deve esserci stata. Sono convinta di aver riso e a tratti essere anche stata felice, ma la deduzione non è sufficiente. Fa parte del razionale: un àncora di salvezza gettata nelle acque turbolente del sentire ma che umanamente non mi appartiene. Resto dunque a brancolare sperduta tra i luoghi oscuri dei miei primi anni di vita, eternamente alla ricerca di chiavi che aprano le porte sbarrate del passato.

Sono venuta al mondo in un rigurgito di rabbia alcune settimane prima del tempo: insonne, anoressica ed epilettica. Il mio primo ricordo è una crisi di pianto sul letto dei miei genitori una sera che erano usciti. Avevo meno di due anni e per calmarmi nonna Lisa, che io e i miei fratelli chiamavamo ‘nonna’ sebbene fosse la nostra tata, si era sfilata l’orecchino e me lo aveva messo in mano. Era seduta accanto a me. Sul letto c’era anche mia sorella, di nove anni più grande, che assisteva impotente a quella crisi. Ricordo che mi pareva di soffocare: l’assenza di mia madre mi provocava sensazioni così violente che ogni volta che non c’era precipitavo in un vortice; e allora annaspavo disperatamente come se stessi per annegare. Indignata, scaricavo la rabbia tirando pugni, scalciando e lanciando quell’orecchino chissà dove, ma non serviva a niente. Restavo solo con la colpa per il dolore che causavo a quella donna così buona e paziente e l’angoscia che leggevo negli occhi di mia sorella. La mia seconda memoria mi proietta avanti di un anno o poco più. Sono sul balcone di casa, al quarto piano nel quartiere Talenti, e frugo tra le fioriere e sul pavimento alla ricerca di un oggetto pesante con l’idea di tirarlo e colpire il primo che passa. 

Non è facile maneggiare certi ricordi: tanta rabbia e desiderio di violenza a tre anni, non aiuta la considerazione di noi stessi e spinge a formulare un’idea di sé, che in assenza di spiegazioni razionali, conduce alla conclusione di una forma di malessere innato e dunque naturale, contro il quale avrei sempre dovuto combattere una battaglia impossibile.

Mi sarebbe occorso molto tempo per sondare cosa stesse avvenendo ed essere in grado di  sovvertire quell’idea e scoprire che la mia indignazione non era innata; non era l’espressione di una natura malata, come avevo a lungo creduto, ma di una rabbia che aveva origini precise e che avevo acquisito così presto nella vita non per carenza o difetto ma per un talento: avveniva a causa di un’eccessiva percezione dello sfaldamento e del malessere profondo di ciascun membro della mia famiglia che la mia giovane età non mi consentiva di gestire emotivamente.

Per anni però non era esistito alcun rifugio dai fantasmi che mi tormentavano. Da dolescente e poi adulta, avrei riempito i miei romanzi di personaggi spaccati da dicotomie interiori, vittime della società o del destino, di predatori e di violenze; personaggi reclusi che si aggrappano ai sogni come unica via di fuga; pagine fitte di abbandoni, tradimenti e infanzie e adolescenze segnate. Non vi era nulla nella mia vita che avrebbe potuto essere associato a quei destini. Così esisteva in me una sorta di imbarazzo, non solo nel non essere in grado di spiegare da dove trassero origine le mie storie, né del perché le avessi scritte, ma per il fatto che i miei romanzi si scontravano radicalmente con la percezione: esisteva una donna che interagiva con il mondo ed un’autrice che presentava temi a lei apparentemente estranei. Ero consapevole che proprio quella dicotomia era stato il tema portante del mio primo romanzo, Thomas Jay, ma non ero in grado di metterla a fuoco nel contesto della mia esistenza.

D’altra parte non è facile giudicare una storia dalla copertina e la mia infanzia ne aveva una patinata di privilegi. Ero la terzogenita di una famiglia benestante. Mio padre, imprenditore dell’edilizia, aveva cavalcato il boom economico. Dirigente della propria compagnia, faticava perfino a gestire la mole di richieste e le provvigioni vorticavano richiedendo continue forme d’investimento. Godeva, come molti in quegli anni, dell’ebrezza della cementificazione dell’Italia che trasformava ogni mattone in benessere economico. Neanche l’austerity dei primi anni ’70 aveva arrestato quella corsa frenetica.

Il benessere economico, unito a quella parvenza di famiglia da Mulino Bianco che avevamo, erano filtri che non mi consentivano di comprendere il malessere che avvelenava le radici della mia esistenza. Esisteva però un sentimento, chiaro fin da allora, che emergeva su tutti e che era alla base della rabbia: quello dell’ingiustizia. Ero vittima di un errore e un sopruso; ero condannata fin dalla nascita ad essere rinchiusa in una gabbia dalla quale non esisteva via di uscita.

Ero nata in una famiglia patriarcale. Ero nata femmina.

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