I ragazzi italiani di oggi hanno i Måneskin

I ragazzi italiani di oggi hanno i Måneskin, noi avevamo i Ricchi e Poveri.

Ho trovato questa frase online, comica nella sua tragica verità. È stato lo spunto per una riflessione più ampia.

La prima volta che ho sentito i Måneskin ero in vacanza in Italia. Viaggiavo verso il Circeo, un luogo caro della mia infanzia. Torna a casa mi colse in un momento particolarmente emotivo. La passione e la sofferenza nella voce mi permeò in modo invasivo, facendo vibrare ogni corda di me, anche quelle che credevo di aver dimenticato di avere. Da allora devo avere ascoltato quel brano alcune centinaia di volte.

Avevo speso vent’anni su un personaggio che incarnava l’idealismo giovanile, la libertà creativa e l’accettazione di noi stessi che non avevo bisogno di spiegazioni. Avevo capito chi era Marlena fin dal primo ascolto. Qualunque percorso esistenziale avesse condotto questi quattro ragazzi a Marlena era lo stesso che aveva condotto me a Thomas Jay.

Eppure vi era un immenso scarto generazionale e per loro provai subito una grande ammirazione, una che crebbe a dismisura con la loro partecipazione a Sanremo con un pezzo che scardinava la tradizione e si imponeva con una caparbietà maestosa. Avevano osato quello che la mia generazione non era stata in grado neanche d’immaginare.

Nella settimana che è seguita il successo all’Eurovision Song Contest, il fenomeno Måneskin è esploso a livello mondiale. Se la vittoria a Sanremo era qualcosa d’inimmaginabile ma poteva anche passare per un fenomeno locale e temporaneo, quella all’ESC impone una riflessione. Dopo una sola settimana i Måneskin svettano le Charts d’Europa, sono nella top 10 mondiale di Spotify e hanno conquistato l’impossibile top 20 in Gran Bretagna; i loro video hanno tra i 40 e i 120 milioni di views. Improvvisamente la lingua italiana (da sempre ostacolo per il successo internazionale) è diventata un valore aggiunto e il Rock è rientrato nelle classifiche. Nella storia della musica contemporanea non si era mai visto nulla del genere.

Quello a cui stiamo assistendo è qualcosa che va al di là di un pezzo particolarmente azzeccato e impeccabilmente eseguito davanti a milioni di spettatori. Nessun vincitore dell’ESC, nonostante la medesima esposizione mediatica, ha avuto un impatto di tale portata con il pubblico, e soprattutto mai con un pezzo Rock e per giunta non cantato in inglese. Vi sono radici più profonde. 

Per comprendere meglio i Måneskin e il loro straordinario impatto, bisogna fare un passo indietro alla generazione dei genitori di questi ragazzi, la mia, quella del Post Punk (e anche di Albano e Romina, ma per la nostra salute mentale lasciamoli da parte).

La parola post ci riassume: eravamo quelli del dopo, quelli che erano arrivati tardi. 

Avevamo perso l’autobus dei movimenti giovanili. Avevamo tentato di acciuffare la rabbia e la trasgressione del Punk ma ci era sfilata davanti poco prima che riuscissimo a farla nostra. Non ci restavano che macerie: quelle di un genere di cui si era impossessata l’industria discografica che lo aveva cannibalizzato, epurandolo di ogni contenuto e spontaneità, e quello che cercava invece di sopravvivere nei bassifondi, ma che implodeva nell’introspezione sofferta, disperata e impotente che conduceva al nichilismo. Era il canto del cigno del Rock e di una generazione culturalmente emarginata che poteva esprimersi solo attraverso radio pirata e centri occupati.

Il Rock è energia, passione e idealismo; è una comunicazione diretta e dirompente, e un linguaggio profondamente giovanile e sociale. Il Rock è trasgressione, è l’anima di una generazione. Il Rock deve essere trasgressivo. È nella sua natura. È la sua stessa ragione di essere. È uno sguardo critico, spontaneo e autonomo e beneficamente sovversivo, perché la società non è mai perfetta e talvolta occorrono dei ragazzi che gridino cosa andrebbe cambiato. 

La generazione che ci aveva preceduto aveva cantato una visione propositiva di trasformazione. Noi non avevamo nulla da cambiare: eravamo stati neutralizzati. 

Con la fine della guerra fredda ci era stato presentato un mondo libero di cui dovevamo essere grati e che non avevamo diritto di criticare. Il linguaggio sovversivo del Rock andava epurato o marginalizzato. Gli ideali andavano messi da parte: l’unica a vera ‘libertà’ era quella di mercato; in questo mondo ‘finalmente’ privo d’ideologie potevamo essere tutti liberi, ricchi e felici, non c’era nulla da cambiare. E a noi non restava che esprimere un malessere senza intravederne una cura.

Ma il mondo non era privo d’ideologie. Era solo la pluralità che era venuta meno. Non potevamo mettere nulla in discussione perché il Liberismo come ideologia era negato da chi lo metteva in atto. Dovevamo pensarla tutti allo stesso modo perché quella era l’unica società possibile. 

Il Rock moriva. Il malessere, le aspirazioni e l’ansia di cambiamento si facevano largo in altri generi che restavano reali e sentiti fino a che nuovamente se ne impossessava l’industria che ne castrava l’espressione.

Nulla di propriamente trasgressivo aveva accesso al main stream: l’industria promuoveva musica di consumo a godimento del pubblico che a sua volta domandava ciò di cui era nutrito. 

Gli ideali sono una visione del futuro, sono un sogno e i sogni nutrono l’anima e da essa ne sono nutriti, e quei sogni si esprimono attraverso l’arte. Alla nostra generazione era stato tolto ogni nutrimento interiore, quanto all’arte doveva omologarsi anch’essa all’economia e generare profitto. Adolescenti o poco più che ventenni, ci vestivamo di nero e guaivamo il nostro lamento verso una società che ci privava di ogni impulso vitale e creativo. 

Da allora sono passati trent’anni e nulla è cambiato se non che noi siamo invecchiati e nel frattempo abbiamo cresciuto, influenzato ed educato questa incredibile e straordinaria nuova generazione.

Quando guardo ai miei ragazzi e molti dei loro coetanei scorgo una capacità d’introspezione che alla loro età non avevo, un interesse per la politica e l’attualità che io ho acquistato solo dopo e soprattutto una determinazione dirompente nel perseguire le proprie aspirazioni ed essere accettati per ciò che sono. 

È questo il profondo aspetto generazionale che incarnano i Måneskin. Sono una voce che dopo trent’anni di omologazione è diventata un grido di affermazione, tanto da diventare manifesto.

La loro musica è intensa e vibrante, la voce di Damiano una perla rara, ma il loro più grande talento è la determinazione.

Non si suona, canta e scrive così bene a quell’età per dono naturale ma per necessità: quella che spinge a gettarsi anima e corpo e a dedicare ore infinite a ciò in cui crediamo fino a che non diventiamo eccezionali; quel bisogno che diviene orgoglio, caparbietà e autoaffermazione; quel malessere così profondo e intrinseco da divenire una questione di vita o di morte. Quella che fa osare l’impossibile. Quella che fa salire su un palco e riversare l’anima al pubblico, fino a conquistare un mondo disperatamente in cerca proprio di quell’anima.

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