I libri nell’era digitale

Recentemente mi sono imbattuta in un’influencer su YouTube che si rifiuta di recensire libri autopubblicati.

Prima di valutare quella che è comunque una scelta legittima (ognuno sui propri canali fa quello che gli pare) ho dovuto pensarci su.

Lo stigma verso l’autopubblicazione è comprensibile. Si basa però preconcetti datati:

L’editoria tradizionale

  • Applica una selezione e la selezione è garanzia di qualità.
  • Cura il prodotto attraverso editing, revisioni, correzione di bozze ecc.
  • Garantisce un’adeguata promozione e distribuzione.
  • È seria.

L’autopubblicazione

  • Avviene per quei libri rifiutati dall’editoria tradizionale e dunque di bassa qualità.
  • È un’auto celebrazione di autori di scarso valore che per appagare l’ego pagano per vedere i loro libri stampati.
  • È amatoriale e i libri sono poco curati.
  • Ha scarsa promozione e distribuzione.

Fino ad alcuni anni fa abbracciavo questa visione, principalmente per il fatto che l’unica forma di autopubblicazione possibile era attraverso l’editoria a pagamento. L’idea di “acquistare” la pubblicazione di una mia opera mi pareva un orrore, era degradante, una forma di narcisismo. Piuttosto avrei tenuto il romanzo nel cassetto. E l’ho fatto. Dopo il Premio Italo Calvino, Thomas Jay rimase in un cassetto per cinque anni.

Cosa è cambiato da allora?

Tutto. Viviamo in una realtà editoriale profondamente diversa.

Cominciamo dallo sfatare un mito:

La selezione è garanzia di qualità.

La selezione degli editori non si basa solo sulla qualità ma un sulla necessità di un ritorno economico. Questo spesso è garantito dalla notorietà dell’autore o autrice. Talvolta può essere una questione di trend, ovvero filoni che vanno per la maggiore, oppure una trama che può fare notizia, e allora qualche emerito sconosciuto può anche trovare spazio, se ha la proposta giusta. 

Gli editori sono imprenditori e il loro interesse verso la letteratura sarà sempre secondario al dovere di non far fallire l’impresa e mandare a spasso i dipendenti. Come dargli torto? Ogni libro è un investimento, e il prodotto – oltre che ad essere di qualità – deve anche avere un mercato. Fondamentalmente è un problema dettato dagli alti costi di stampa. La presenza fisica di un libro sugli scaffali impone grandi tirature e per l’editoria tradizionale quella presenza è fondamentale. Ma è proprio quell’esigenza a far sì che il concetto che la selezione sia garanzia di qualità perde colpi. Non è detto che tutte le opere scartate siano di minore qualità di quelle ritenute idonee dagli editori. Molte hanno semplicemente meno mercato e l’editore non può permettersi di pubblicarle.

E ora passiamo all’autopubblicazione

È finito il tempo in cui un autore pubblicava da sé perché rifiutato dagli editori tradizionali e si affidava a sedicenti editori che pubblicavano prodotti scadenti (e le copie finivano poi nelle soffitte). L’on demand e le piattaforme di self-publishing, in grado di garantire una distribuzione nazionale, hanno rivoluzionato il panorama e l’approccio alla pubblicazione. Oggi si possono pubblicare e distribuire libri ben curati e in vari formati, utilizzando gli stessi canali dell’editoria tradizionale, a costi irrisori.

L’autopubblicazione spesso cessa di diventare una scelta disperata per diventare una oculata.

Qualcuno potrebbe obiettare che permane il problema dell’assenza di selezione e che chiunque ora è libero di pubblicare qualsiasi schifezza. Vero. Ma non è così anche per i canali YouTube?

Dopo aver ragionato abbastanza sulla questione, ho rilevato la grande contraddizione di una YouTuber che rifiuta di recensire opere autoprodotte. Che cos’è in fondo un canale YouTube se non una forma comunicazione interamente autoprodotta? Avrebbe senso al giorno d’oggi dire che chi ha canali YouTube non è credibile perché probabilmente è lì solo perché non ha trovato spazio nei mezzi di comunicazione tradizionali come radio, televisione o stampa nazionale? Certamente no. YouTube è diventata una piattaforma a sé stante e chi la utilizza lo fa per scelta. È una libera e indipendente forma di comunicazione che consente di trattare argomenti che altrimenti non troverebbero spazio nei formati tradizionali.

Perché nell’era dell’on demand gli autori devono essere trattati con parametri diversi?

Che tipo di selezione esiste per i canali YouTube? Nessuna. Come per il self-publishing, chiunque può mettere online qualsiasi schifezza.

La vera selezione è lasciata al pubblico. Sono gli utenti che autonomamente scelgono quale canale seguire, basandosi su interessi, contenuti, l’unicità e la professionalità del vlogger. Non ultima ovviamente la visibilità, la quale comporta inevitabilmente un investimento pubblicitario (per essere valutati e seguiti bisogna essere visibili).

Anche il self-publishing è una questione di professionalità. Spetta alla serietà dell’autore assicurarsi che il proprio romanzo sia degno di pubblicazione, sia editato, che le bozze siano state corrette, che la quarta abbia impatto, la copertina sia ben curata e che la propria opera abbia un’adeguata promozione e distribuzione. Autopubblicare non significa non servirsi di figure e servizi professionali. Chi lo ha detto che uno YouTuber può fare produzioni professionali mentre gli autori devono per forza essere degli incompetenti scribacchini fai-da-te?

Esattamente come per chi ha un canale YouTube, con l’autopubblicazione, gli autori comunicano direttamente con i lettori senza filtri, lasciando a loro giudicare, basandosi interessi, contenuti, qualità e professionalità. 

Per quanto riguarda la visibilità, nella realtà digitale, la differenza d’impatto promozionale tra l’editore tradizionale e l’autore che pubblica attraverso piattaforme indipendenti può essere inesistente. Se un autore ha un ampia piattaforma social, che pubblichi con un editore tradizionale o meno può essere irrilevante. Se l’autore invece non ce l’ha in qualche modo se la deve creare, sia che pubblichi con l’editoria tradizionale che se pubblica da sé.

Tempo fa ho portato l’esempio dell’editore Americano che prima di decidere se valutare la mia opera voleva sapere qual era l’ampiezza della mia piattaforma social. Il mio primo pensiero è stato: ma se avessi una piattaforma social di 50.000 utenti Americani, che me ne farei di un editore?

L’editore tradizionale offre qualcosa che nessun altro ti dà: garantisce la presenza in libreria e dunque la visibilità fisica. Peccato però che la presenza fisica in libreria conti ogni anno meno. 

Nel mercato anglosassone, per esempio, il 70% del fatturato proviene dagli audiolibri. In Italia, nel 2020 le vendite del cartaceo sono aumentate dello 0,3%, quelle degli ebook del 37% e quelle degli audiolibri del 94%, muovendosi gradualmente verso il trend del mercato anglosassone, solo qualche anno più in dietro.

È finita quella realtà dove i libri vendevano in base all’altezza della pila di copie sul tavolo in evidenza di Feltrinelli o Mondadori. Ogni anno i libri vengono acquistati sempre più online, oppure nelle librerie indipendenti, dove si crea un rapporto di fiducia tra gestori e clientela.

Il mondo cambia e così anche le prospettive.

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