Il disordine necessario: Suite berlinese di Massimo Miro

Ambientato prevalentemente a Berlino Est prima della fine della guerra fredda, la storia è incentrata sul fotografo Klaus e la propria ossessione per le immagini che emergono dai rullini che uno sconosciuto gli chiede di sviluppare.

Siamo in pieno territorio Blow Up di Antonioni, ma non solo. Antonioni pervade questo romanzo in lungo e in largo. Vengono in mente anche: L’avventura, L’eclisse, Professione reporter. Il romanzo prende spunto da una teoria di Einstein, e come nella poetica di Antonioni, entriamo nel mondo del disordine, del caos e della perdita d’identità.

Partiamo dal disordine, perché è dal caos che tutto ha inizio e fine.

Il disordine è necessario. È movimento, pulsazione ed energia. Ma il caos, nella ricerca spasmodica di nuovi equilibri, dà origine a reazioni imprevedibili. Non può essere il alcun modo controllato. Prigionieri di un disordine emotivo che li intrappola in esistenze con le quali non si identificano, i protagonisti tentano l’impensabile: trasferire quel caos all’esterno così da raggiungere un equilibrio interiore.

Il romanzo ha una struttura asincrona che proietta il lettore avanti e indietro nel tempo. Passato e presente si fondono e confondono nei i rimandi e i collegamenti della voce narrante, Klaus, per il quale spazio e tempo si sfilacciano e trovano consistenza solo attraverso associazioni della propria memoria emotiva. In questo limbo psicologico il romanzo acquista spessore e dà vita alle sue pagine migliori: quelle in cui Klaus, nella propria osservazione dissociata della realtà, trae spunto per donare considerazioni sull’esistenza e sui rapporti umani. Il malessere di vivere emerge di pagina in pagina attraverso una costellazione di incapacità e impotenze. Vi è l’incomunicabilità dei sentimenti (che li fa scorrere via taciuti fino a diventare subliminali), a cui si aggiunge la repressione del desiderio. In un precario equilibrio tra menzogne e verità, lo scontro con le proprie incongruenze genera un processo di autocastrazione che costringe a vivere vite parallele dissociate in reali e immaginarie senza che sia più chiaro dove finiscano le prime e inizino le seconde.

Restiamo attaccati con convinzione a Klaus, perennemente sbilanciato, perduto in un luogo transitorio e costretto ad una tensione convulsa che lo spinge verso la ricerca di una permanenza; che si getta nell’esperimento di dissociazione dalla realtà incurante di ogni ripercussione; che si perde nella ricerca di senso di fotografie che sembrano innescare un meccanismo di autocoscienza che però si ferma sempre poco prima di rivelare qualcosa di sostanziale. Non è mai completamente chiaro neanche quello che lui e Gala vogliano ottenere da questa fuga, ma al contrario che inficiare la percezione questa lacuna la rafforza. Non esiste infatti alcun obiettivo raggiungibile nella realtà. Quello che cercano è altrove: vago, confuso e inafferrabile; è in una dimensione parallela raggingibile solo oltre la soglia del reale. È nelle identità fittizie in cui si rifugiano: quelle di Odette e Victor.

L’impianto narrativo, pur nella difficoltà della rappresentazione caotica, è consistente, così come la scelta dell’ambientazione: la Berlino divisa dal muro, che fin da subito per il lettore assume valenze sia fisiche che esistenziali. È un romanzo di atmosfere cupe, notturne, claustrofobiche. Perfino la caduta del muro, invece di rappresentare liberazione o gioia genera pulsazioni negative. La rappresentazione decadente di Berlino esprime l’essenza di una decomposizione interiore.

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