LGBT: L’accettazione non basta

Cinque anni fa ero sull’aereo, poco prima del decollo, quando il mio ex marito mi inviò un messaggio dicendomi che appena rientravo mi doveva parlare. Aggiunse che i ragazzi li avrebbe riportati il giorno dopo perché preferiva che fossimo soli.

Entrai in un totale stato di panico.

Avevamo divorziato due anni prima ed era stata una brutta separazione. Eravamo in rapporti civili ma certamente non amichevoli. Mi passò per la testa di tutto. Volai per due ore e quaranta minuti sopraffatta dall’ansia.

Quando si presentò a casa era piuttosto imbarazzato. Gli offrii un caffè e attesi che lanciasse la bomba. Strinsi i denti. Mi disse che mentre erano in vacanza, il nostro figlio maggiore (che all’epoca aveva quattordici anni) aveva annunciato di essere gay.

Tirai un respiro di sollievo. «Tutto qua?», dissi.

Lui mi guardò come se davanti avesse un extraterrestre.

Prendiamo il fermo immagine di questa scena.

Da un lato, un padre aperto di vedute ma impreparato. Per lui si trattava di raggiungere l’accettazione attraverso una ridefinizione dei parametri del proprio rapporto con il figlio, come se ogni elemento andasse rielaborato, riveduto e corretto, così che anche all’interno, oltre che all’esterno, vi fosse un ripristino di ciò che è percepito in modo naturale. In sostanza, per il mio ex marito si era trattato di mettere tutto in ordine e aprire una porta.

Dall’altro una madre che non aveva porte da aprire perché non esistevano pareti.

L’accettazione è importante, è un bene ma è anche un limite che bisogna essere in grado di superare. Se riteniamo di dovere accettare qualcuno è segno che da qualche parte, nel regno delle possibilità, esiste anche quella dell’inaccettazione; esiste il sottinteso della diversità vista non come parte della natura umana, ma come aspetto da valutare e analizzare prima di comprendere i nostri sentimenti.

Come madre, non avevo nulla da accettare, parte perché non avevo bisogno che mio figlio lo annunciasse, lo avevo sempre saputo (e non chiedetemi perché, lo sapevo e basta), parte perché ho sempre messo eterosessualità e omosessualità sullo stesso piano: quello che comprende le sfere emotive e affettive. L’emotività e l’affettività di un essere umano, sia questo un figlio, una figlia o dei totali estranei non sono questioni che vanno valutate, considerate o neppure accettate, ci sono e basta e fanno parte del tutto di una persona. Se ci troviamo in un luogo mentale in cui pensiamo di dover accettare qualcuno è segno che una parte di noi ritiene l’eterosessualità o l’omosessualità (e dunque le sfere emotive e affettive) come scelte consapevoli, non come parte della natura di una persona.

Pensiamo di dovere accettare una persona se è bruna invece che bionda? Se è mancina invece che destra? Se preferisce il mare invece della montagna? Se ama l’arte più dell’economia? Se è taciturna invece che loquace? Le persone possono essere più o meno simpatiche, possiamo andarci o non andarci d’accordo, le possiamo amare o possono starci sulle palle, ma quello che le persone sentono è qualcosa di imprescindibile. Pur nella diversità siamo tutti uguali, ovvero, ogni essere umano è la somma di una molteplicità di elementi che fanno di ciascuno di noi una combinazione unica, e ogni combinazione è degna di rispetto.

Quando quel giorno in cucina, all’annuncio del mio ex marito, presi consapevolezza che ero in quel luogo magnifico, lassù in alto, a diecimila metri oltre l’accettazione, mi fece star bene. Fu in effetti una sorpresa anche per me il non sentire alcun bisogno di considerare alcunché. Credevo allora che la mia apertura fosse totale e che in qualche modo, nel corso della vita, avessi superato tutti i retaggi della cultura cattolica. Ma mi sbagliavo.

Me ne resi conto circa un anno dopo quando il mio primogenito iniziò a frequentare un gruppo LGBT, divenne un attivista e cominciò a rivolgermi una serie di domande che mi fecero rendere conto che se rispetto all’omosessualità la mia apertura mentale era a trecentosessanta gradi, quando toccavamo l’argomento dei transgenici, le mie vedute erano pesantemente influenzate da un retaggio culturale di cui faticavo a liberarmi.

Se mi domandava se ritenevo giusto che si utilizzasse loro invece di lui o lei, rispondevo che si dava troppa importanza a cose che non ne avevano. A risentirmi adesso provo un certo imbarazzo, perché il mio era l’atteggiamento tipico di chi, incapace di accettare una situazione reale, la minimizza, la getta nel water dell’irrilevante e tira la catena della sostanza. Se neghi un problema, fai finta che non esiste.

Ancora peggio era quando mi raccontava di questo o quel suo amico o amica che avevano intenzione di cambiare sesso e io esprimevo alcune perplessità verso il facile accesso che gli adolescenti avevano alle terapie ormonali. A prescindere da quelle che sono le naturali responsibilità e preoccupazioni di un adulto nei confronti degli adolescenti, visti spesso ancora troppo acerbi e suscettibili per prendere decisioni tanto drastiche e consequenziali, con il tempo mi sono resa conto che alla base delle mie perplessità esisteva qualcosa di più sostanziale, inespresso e ingiustificabile. Vedevo tutta la questione come un scelta, non intravedendo, a livello profondo, la distinzione che esiste tra sesso e genere.

Se certamente cambiare sesso è una scelta, in quanto comporta la decisione di sottoporsi a una serie di trattamenti ormonali e chirurgici, quella del genere non lo è. Come molti, seppur inconsapevolmente, ero vittima del retaggio di una cultura che avevo sempre rifiutato. La cultura cattolica per cui l’omosessualità è peccato, è contro natura, è un vizio, è una scelta d’individui malevoli. Non essendo quella cultura parte della mia visione dell’umanità, avevo completamente ignorato quell’altro tarlo là in fondo che senza che me ne accorgessi si era insinuato da qualche parte: quello per cui i transgender erano vittime di un capriccio modaiolo.

Intendiamoci, non che questo fosse un pensiero consapevole e dunque espresso a me stessa in questi termini. Era un sottinteso, là in fondo, che nutriva le mie obiezioni, tanto che ho dovuto scavare un bel po’ per raggiungerlo e disinnescarlo. In questo caso, prima di arrivare al superamento dell’accettazione, ho dovuto fare diverse fermate. In sostanza, ero ferma all’accettazione. Ma accettare non basta, bisogna passare oltre e comprendere fino in fondo che ritenere i transgender vittime di influenze esterne o di un capriccio, pur nell’accettazione, è un’assoluta e totale mancanza di rispetto verso la loro umanità, dignità e sfera emotiva.

Il genere non si sceglie, è parte integrale di ciò che siamo. La nostra identità prescinde la fisicità. Bisogna comprendere e abbracciare questo concetto interamente per superare l’accettazione e il concetto di diversità; per afferrare, senza ombra di dubbio, che la scelta di cambiare sesso nasce da una necessità, quella nata da una non scelta, ovvero una discrepanza tra la nostra identità e la nostra fisicità.

Il bigottismo e il conservatorismo sono figli di una paura: quella del cambiamento. È il terrore del nuovo, del diverso, di ciò che ci spinge a riconsiderare il mondo, l’umanità, la società e gli altri. Quel terrore che guida al mantenimento dello status quo. Come se qualsiasi messa in discussione di preconcetti minasse l’intero sistema.

Esistono al momento due forze che tirano forsennatamente in direzioni opposte. La diaspora tra destra e sinistra si è esacerbata come mai prima, e questo perché stiamo assistendo ad un fenomeno che va oltre la politica e l’economia (dove i compromessi sono sempre possibili), ma riguarda qualcosa di ben più fondamentale: il modo di essere.

L’universo conservatore anela ad un mondo di visioni rigide dove gli esseri umani devono conformarsi a quello che (in modo esplicito o sottinteso) è il modo giusto di essere e dove si viene valutati in base al grado di aderenza a quella che è l’immagine di una società che rispetta precisi parametri. Si va dal gradino più alto: uomo, caucasico, eterosessuale, cristiano praticante, antiabortista, fino ai gradini più bassi, per esempio: donna, nera, omosessuale, atea e liberale, pro choice. La gerarchia di chi è meglio e chi è peggio è la struttura portante della visione dell’umanità.

Dall’altro lato invece ci siamo noi. Siamo quelli che comprendono che non esiste un giusto modo di essere. Gli esseri umani sono complessi, diversi e unici, ed è proprio questa la grande ricchezza dell’umanità. Essere ciò che siamo, esprimere quello che sentiamo, lottare per quello in cui crediamo, abbattere muri, distruggere preconcetti e affermare la nostra identità in una società che non giudica, non inibisce e soprattutto non categorizza gli individui attribuendo loro un valore sulla base di una fantomatica immagine ideale di come dovremmo essere.

Quando si parla di LGBT l’accettazione non basta. È necessaria, ma è solo una tappa di quella che è l’affermazione di un principio fondamentale che riguarda ciascuno di noi.

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