Declino e caduta di un sistema sanitario

Rincorrendo ideologie, battibeccando tra spesa pubblica, tasse ed esigenze di mercato, negli ultimi 40 anni la società sembra aver perso quello che dovrebbe essere alla base di ogni politica di una società civile: il buon senso.

Me ne rendo conto quando la malattia mi colpisce all’improvviso e mi trascina nel vortice di un sistema sanitario in disfacimento: le NHS britanniche. Un sistema non ancora abbastanza a pezzi da costarmi la vita ma appeso a un filo sottile dove la sopravvivenza diventa lotteria.

La sfiducia nel sistema

Sono le due del mattino di sabato 26 novembre quando vengo svegliata da uno schianto di vetri infranti. Apro gli occhi e osservo quel che resta di un bicchiere sul pavimento della cucina. Capisco di essere svenuta all’improvviso. Sono due giorni che ho la febbre alta.  Una brutta influenza, penso. Alcuni anni prima, dopo un paio di giorni con 40 di febbre, avrei chiamato il medico, invece neanche ora, mentre rovescio lo stomaco sul pavimento, ci penso. Non dovrei esitare a farmi strada verso il cellulare e chiamare un’ambulanza. Anni prima lo avrei fatto. Non ora.

Sto troppo male per razionalizzare sul perché la barra della necessità dell’assistenza medica è scivolata verso un punto invisibile, quasi non esistessero più medici, ambulanze od ospedali. Quanto è avvenuto negli ultimi anni resta al fondo di me stessa, come un magma che ha dato vita ad una nuova percezione della realtà: chiusure di ospedali, riduzione dei servizi, l’impossibilità anche solo di parlare con un GP (il medico di base) e la muraglia eretta tra il cittadino e le cure restano in un sottofondo mentale. Non ho l’energia per abbattere quel muro.

Continuo a essere risvegliata dal rumore di oggetti che cadono. Sono io. Forse cerco di aggrapparmi a qualcosa. Non so. Verso le 6 del mattino riesco a raggiungere il piano superiore e a svegliare mio figlio. Lui mi aiuta a rimettermi a letto, mi dà da bere e va a pulire il disastro causato dai miei svenimenti. Neanche lui pensa a chiamare un’ambulanza: ha 17 anni, è figlio dell‘emergenza Covid, della sanità fantasma e i medici che si chiamano solo se sei in fin  di vita. Anche lui pensa si tratti solo di un’influenza. È sabato e nel weekend lavora. Resto sola, smarrita in un tunnel d’immagini frastagliate che presto diventa un labirinto dove l’unica percezione è un dolore lancinante alle costole da cui mi distrae solo un analogo lancinante dolore alla testa. Non posso stare sdraiata e non ho la forza di stare seduta.

L’ambulanza

Quando torna il mio figlio più grande, la domenica sera, mi trova seduta sul letto in stato confusionale. Guaisco come un animale ferito. Lui non esita a chiamare l’ambulanza. Ha quasi 21 anni, sa che è la cosa giusta da fare e non capisce perché non l’abbia chiamata prima. Non ho la forza di spiegarglielo ma se ne rende conto da solo più tardi. I paramedici si presentano quasi 6 ore dopo. Pare che siamo stati fortunati, a volte ci mettono anche di più.

Nel frattempo, la stanchezza e il dolore mi hanno inebetita per cui non mi lamento. Osservo i 3 entrare nella stanza. Uno si siede e non stacca gli occhi da un tablet. Trascrive l’incontro o è un videogame? Non si sa. Non interagisce. Un tipo un po’ obeso si stravacca su una sedia. “Va bene se la faccio visitare da una studentessa?” Non ho la forza di parlare per cui fanno quello che vogliono. Anche mio figlio non sa cosa dire. A un certo punto riesco a farfugliare che sono sicura di avere la polmonite e che il dolore alle costole è insopportabile. Ho bisogno di antidolorifici e di essere portata in ospedale. La studentessa ignora le mie costole, mi fa un elettrocardiogramma. Il cuore è a posto, dico, è il polmone destro che è a pezzi. La studentessa mi sfiora una costola, dice che non rileva niente. Alla fine i tre decidono che è solo una brutta influenza e mi spiegano che se mi fanno male le costole è perché devo avere stirato un muscolo, “a volte capita quando si tossisce,” dice il tipo grosso, categorico.

Sono le tre del mattino

“Non le posso dare la morfina altrimenti dovrei portarla in ospedale e sono le 3 del mattino.” L’uomo si alza stancamente dalla sedia e allarga le braccia. Me lo dice come se, alle 3 del mattino, i pronti soccorso fossero chiusi, inattivi. Come se fosse vietato stare male alle 3 del mattino. Che stiano cercando di finire il turno e non vogliano restare bloccati in coda al pronto soccorso? Non so. “Telefoni domani al GP,” mi consiglia. Sto troppo male per ribattere e capisco che è inutile. Chiedermi di contattare GP sembra una barzelletta. Ci vogliono 10 minuti solo per passare le barriere delle segreterie telefoniche, poi ci si ritrova quarantesimi in lista di attesa. 3 – 4 ore dopo ti richiamano per dirti che un infermiere ti richiamerà. Uno o due giorni dopo se non sei già morto, guarito o ricoverato ti fissano un appuntamento telefonico con un medico, previsto dopo una decina di giorni. Una farsa.

I medici di base hanno perso funzione e utilità; sono uno sperpero di studi, talento e risorse, utilizzati esclusivamente come mattoni per il muro frapposto tra il cittadino e l’accesso alle cure mediche. Quando qualcuno ti dice “contatti il GP,” potrebbe tranquillamente dirti di prendere il muro a testate. Stesso effetto.

Mio figlio non sa che fare. Li accompagna alla porta, allibito. Capisce perché non avevo chiamato l’ambulanza prima. Vorrei spiegargli che questo gruppetto di paramedici non è anomalo. È parte della muraglia. A meno che non stai per morirgli davanti, ti trattano da ipocondriaco. Purtroppo non ho la forza di parlare. “Vuoi che ti carico in auto e ti porto io in ospedale?” mi chiede. Faccio cenno di no. Non ce la farei ad arrivare alla macchina. Gli dico di andare a riposare. Cerco di pensare, spero in un miracoloso miglioramento ma non avviene.

Alle 8 del mattino sono allo stremo. Decidiamo di provare a chiamare un’altra ambulanza. Questa volta mio figlio dice che respiro a fatica, spiega che è la seconda volta che chiamiamo, mi fa passare per moribonda. E chissà, forse non era neanche una fandonia. Comunque o il muro è stato abbattuto oppure alla seconda chiamata abbiamo pescato il biglietto vincente della lotteria, perché paramedici arrivano in pochi minuti e sono in gamba. Mi danno subito la morfina, mi caricano in ambulanza. 

C’erano una volta gli ospedali

Non ci sono ospedali nella nostra città. Il County Hospital di Hertford è stato chiuso anni fa. Al suo posto sono state costruite case e un ambulatorio. Non ci sono ospedali neanche nelle cittadine limitrofe. Il QEII di Welwyn Garden City, dove è nato il mio figlio più giovane, ha fatto la stessa fine del County Hospital di Hertford: bulldozer, ruspe, appartamenti e ambulatori diurni. L’ospedale più vicino è il Lister di Stevenage, a mezz’ora da Hertford. È una struttura che serve l’intero nord-est dell’Hertfordshire, un’area di circa 800km² per una popolazione di 1,2 milioni. Come gran parte di ciò che resta degli ospedali britannici, è insufficiente e a corto di personale.  Nelle varie occasioni in cui mi sono dovuta recare al Pronto Soccorso, l’attesa è sempre stata tra le 8 e le 10 ore. Se ci vai, le dai per scontate.

Grazie alla morfina il dolore si è calmato e non faccio troppo caso alle ore che trascorriamo in coda, fuori del Pronto Soccorso. Da alcuni mesi non è insolito leggere di ambulanze in attesa per 12 ore, talvolta di più. “Va a giornate,” mi dice il paramedico. “In generale mancano i posti letto. Sta diventando sempre più difficile dimettere i pazienti. Quelli non autosufficienti hanno bisogno di assistenza domiciliare, e non c’è personale.” Ricordo che qualche tempo prima avevo letto che gran parte del personale per l’assistenza domiciliare proveniva dall’Europa dell’est. Dopo Brexit sono tornati nei loro Paesi. Senza posti per ricoverare chi arriva, le ambulanze restano per ore bloccate in coda, fino a che non ce ne sono abbastanza per le chiamate. È un disastro.

Mi dice bene: riesco ad essere depositata su una sedia dopo solo poche ore di attesa in ambulanza. I paramedici mi mettono le cannule per l’ossigeno e dicono di aspettare. Le ore passano. Mi prelevano il sangue, poi di nuovo sulla sedia. Una dottoressa mi dice che ho una brutta polmonite e sarò ricoverata. A breve mi faranno le lastre. È l’ultima cosa che ricordo. Saranno le sette di sera quando mi risveglio in rianimazione. Accanto al letto ci sono il medico e mio figlio. Pare abbia perso conoscenza diverse volte.  8 ore in attesa su una sedia con la polmonite, non è che ci sia poi da stupirsi.

Il paladino

È qui che la fortuna mi assiste. Il medico, il caporeparto indiano, dott. K. è un paladino che si eleva oltre la disfatta del sistema. Mi trova prontamente un letto e ordina una task force di analisi. Cerca di parlarmi ma riesco solo a dirgli che la testa mi esplode. Neanche la morfina sfiora il dolore. Il giorno dopo mi fa fare una tac. Che abbia sbattuto la testa svenendo? Non risulta nulla. Non perde tempo, comincia a sospettare si tratti di meningite e mi fa subito prelevare il fluido spinale. Poi il responso: polmonite e meningite in un colpo solo. Sembra la lotteria della sfiga. Mi fa cambiare gli antibiotici e il miglioramento è repentino.

Penso che forse il sistema funziona ancora, una volta che riesci a fare una breccia nel muro. Le cure sono state immediate ed efficienti. Ma mi ricredo. Dott. K. era il canto del cigno perché scompare. Trasferito? Ammalato? In vacanza? Non si sa. Non è più il caporeparto.

Oggi siamo solo in 3

Per tre giorni non si vedono medici e anche gli infermieri sono pochi. Un giorno dimenticano di portarmi i pasti. Si scusano, rimediano. Altri giorni i pasti vengono serviti con un paio d’ore di ritardo.

I pochi infermieri nel reparto sono in gran parte filippini. Sono gentili, efficienti, esperti, lavoratori indefessi. Hanno sempre il sorriso sulle labbra e l’aria rassicurante. Non si lamentano e parlano poco delle difficili condizioni di lavoro. Per capire cosa sta succedendo devo aspettare S. un’infermiera spagnola. Fino a qualche anno fa al Lister era un pullulare di medici e infermieri italiani e spagnoli ma dopo Brexit sono scomparsi. Ora ci sono prevalentemente medici indiani e infermieri filippini. “Gli europei sono rimpatriati quasi tutti,” mi dice S. “Non vale più la pena lavorare qui. Il costo della vita è troppo alto; i turni sono estenuanti e manca il personale. A volte, come oggi, ci ritroviamo solo in 3 per un intero reparto e con medici solo in chiamata.”

Cerco di fare un calcolo mentale dei pazienti del reparto… 300? Penso ai primi giorni e l’assistenza continua di cui avevo bisogno. Quanti di quei 300 stanno così? Penso ai giri per misurare la pressione, all’elargizione dei medicinali, ai cambi flebo, cambi lenzuola, aiutare i pazienti a lavarsi… come fanno 3 infermieri? E se c’è un’emergenza? Medici solo in chiamata? Morire in un ospedale per mancata assistenza appare un pericolo concreto. La pressione su questi infermieri è immensa.

“È vero che né il parcheggio e la mensa sono convenzionati?” le chiedo. Mi risponde che è così. Il parcheggio costa £27 a settimana. A Stevenage sono un po’ tutti costretti a usare l’auto. È un pezzo di stipendio che se ne va solo per arrivare a lavoro. La mensa, mi dice, la si usa raramente. Troppo cara. Anche con turni di 12 ore si porta il mangiare da casa.

C’è poi il problema alloggio. In questa zona della Gran Bretagna il costo delle case è proibitivo. Lo stipendio del personale paramedico non consentirà mai di acquistare un immobile. C’è chi acquista frazioni di proprietà, il 30% di un appartamento, per esempio, e paga il mutuo sulla parte acquistata e l’affitto sul resto. Oppure affitta, con affitti che variano dalle £600 al mese per una stanza singola in una casa divisa con altri, fino alle £1200/£1500 per una casa con due camere da letto. Come si fa a lavorare se non si guadagna abbastanza per pagare un affitto?

Lo sciopero

Mancano pochi giorni all’atteso primo sciopero del personale delle NHS. Chiedono aumenti di stipendio intorno al 20%. Il governo la ritiene una domanda irragionevole. Ma lo è veramente? Anni di congelamento degli stipendi, di crescita dell’inflazione e lievitazione del prezzo degli immobili e degli affitti, eliminazione di sovvenzioni per pasti e parcheggi hanno ridotto il potere di acquisto di uno stipendio un tempo “medio” al di sotto del limite di sussistenza. Da qui la grande fuga del personale e la carenza endemica d’infermieri. Restano i filippini, che si accontentano di stanze in case comuni e alcune giovanissime infermiere nigeriane, anche loro in case comuni. La spagnola S. mi dice: “Sono divorziata e sono sola. In qualche modo ce la faccio ma nessuno ormai può fare questo mestiere e pensare a mettere su famiglia.”

Se uno stipendio non basta a pagare i costi di base, figurarsi un nido. In UK non esistono nido comunali, statali o sovvenzionati e nel sud del paese i costi mensili di un nido variano dalle £1000 alle £1500. Quando hanno figli di solito le infermiere lasciano il lavoro, gli ospedali si svuotano.

Dopo diversi giorni senza medici, il reparto ha finalmente un medico in presenza. È un “junior doctor”, un neolaureato. Meglio che niente. Gli esperti restano “in chiamata”. 

Fa male vedere quello che sta succedendo. Le NHS sono state il primo esempio al mondo di sanità pubblica interamente gratuita. Il gioiello britannico del dopoguerra. Il suo smantellamento, cominciato dalla Thatcher, proseguito da Blair e accelerato inesorabilmente dai governi conservatori degli ultimi anni potrebbe essere definito come un crimine contro l’umanità.

Il modello americano

La chiusura di strutture, i tagli, la svendita degli immobili, l’alienazione del personale costretto a condizioni di lavoro inaccettabili per stipendi irrisori, e la privatizzazione hanno minato il sistema alle radici. Ora è al collasso. Allora c’è chi grida al fallimento di una “sanità pubblica”, che “lo stato non può più permettersela”. E allora si vuole finire di smantellarla, svenderla per creare un sistema “sul modello americano”, dicono.

Sono nel mio letto e ci penso a quel modello americano. Quello per cui una madre singola con uno stipendio medio-basso non avrebbe copertura assicurativa; una donna per la quale sopravvivere a questa malattia significherebbe perdere la casa. Ci penso e so che se non fosse per questa – seppure sgangherata sanità pubblica – non vorrei sopravvivere alla malattia se la sopravvivenza significasse la miseria. È un pensiero che mi stravolge. Non è un paradigma ma una consapevolezza reale: preferire l’assenza di cure e la morte a un’inevitabile rovina economica. 

La vita è un valore assoluto?

Allora mi chiedo se per la società la vita è un valore assoluto. Ma da questo letto mi appare chiaro che senza l’esistenza di un sistema sanitario universale e gratuito, la vita diventa un valore relativo allo status socio-economico e nessuna retorica può cambiare il fatto che in sistemi in cui l’accesso alle cure è dettato da circostanze individuali o familiari, la vita non ha un valore assoluto.

Sono sempre la stessa persona ma qui, in questo approccio europeo alla sanità, la malattia non stravolgerà la mia vita; nella realtà invece auspicata da chi piccona le NHS, avrei preferito la morte per non rovinare il futuro dei miei figli. È una cosa che fa riflettere e che suscita indignazione.

Allora, in questi giorni di scioperi indefessi, mi sento vicina al personale paramedico.

Mi dimettono in fretta e furia il giorno prima dello sciopero. Per quanto possono, cercano di far tornare tutti a casa. Hanno ragione. Quello a cui ho assistito nelle 3 settimane di degenza non può essere ignorato. La distruzione di un sistema sanitario è contro l’interesse dei cittadini e l’interesse della società. È contro il buon senso.

Basta

Allora dico: basta.

Basta continuare a tagliare la spesa pubblica sulla pelle delle persone; basta affamare la gente che lavora nei settori chiave di una società: infermieri, medici, poliziotti, vigili del fuoco e insegnanti. Basta tacciare chi sostiene questa esigenza come uno scalmanato irrealista di “sinistra”. 

Il buon senso non ha fazioni.

Ne ho abbastanza di destra, di sinistra, di liberalismo, comunismo, capitalismo o socialdemocrazia. Non mi interessa sul “come” si arrivi al buon senso, se con il pubblico, il privato o il parastatale basta che ci si arrivi.

Il buon senso è apolitico, apartitico e più potente delle ideologie.

È quello che ti fa capire che una società per funzionare, per avere un buon tasso di natalità, di sviluppo, di crescita economica, culturale e sociale, ha bisogno di servizi che siano “investimenti” sul sociale necessari alla crescita: un’educazione e una sanità di alto livello, interamente gratuiti, con personale altamente qualificato e ben retribuito.

Sono investimenti sui cittadini, che sono il perno della forza lavorativa e di sviluppo di un Paese.

Se un sedicente “paese civile” non trova il modo di costruire un apparato in grado di sostenere i costi di questi due pilastri sociali, non è una società civile, è una giungla o un nuovo feudalesimo; un ammasso di individui che condividono uno spazio dove vige la legge del più forte. La civiltà è altro.

Un tempo all’antropologa Margaret Mead fu chiesto quale ritenesse fosse la prima traccia di civiltà dell’umanità. Rispose: un femore fratturato e poi guarito. Nessun animale può sopravvivere alla frattura di un arto: non può fuggire i predatori, cercare riparo o cibo; va in contro a morte sicura più rapidamente di quanto un osso possa saldarsi. Un essere umano che sopravvive a una frattura invece rappresenta la nascità della cooperazione sociale: significa che il gruppo ha messo da parte l’interesse individuale e lo ha trasportato, accudito, curato, protetto e sfamato. La civiltà.