Mercato e Letteratura

Setacciando il web, è normale imbattersi in siti che consigliano agli scrittori di fare una ricerca di mercato prima di accingersi alla scrittura. Pare sia necessario al fine di capire di cosa si dovrebbe scrivere perché il prodotto abbia un posizionamento.

Mettiamoci l’anima in pace. Non si chiede agli autori di scrivere romanzi, ma di creare prodotti.

Immaginate Flaubert fare una ricerca di mercato e concludere che l’adulterio non è un tema che può andare per la maggiore, mentre un’operetta leggera venderebbe meglio. Madame Bovary non sarebbe mai stata scritta.

È irrilevante che non tutti siamo Flaubert. L’intento di chi scrive un’opera letteraria è il medesimo, che si tratti di Dostoevskij o di un emerito sconosciuto. Chi scrive utilizza una storia per esplorare aspetti della nostra umanità, per ragionare e farsi delle domandare, cercando poi le risposte attraverso la storia e i personaggi; lo fa con la necessità di esprimere spesso un disagio o comunque un contenuto che aspira a divenire universale.

Cosa c’entra il mercato?

La qualità di un’opera non dipende dal posizionamento o dalla domanda, ma dalla riuscita dell’intento: è riuscito l’autore ad esprimere il proprio disagio in modo coinvolgente così i lettori ne siano partecipi? È riuscito a cogliere aspetti fondamentali dell’essere umano in modo tale che il presupposto di una storia diventi un messaggio?

È una risposta che solo i lettori possono dare.

Quello che più stupisce nella commercializzazione della letteratura è l’assenza di rispetto per i lettori. Passi che il romanzo sia un prodotto, e abbozziamo anche gli scrittori con l’editoria tradizionale spesso contino meno di mezzo sputo, ma trasformare il lettore in un ‘consumatore’ è la morte della cultura. Si vive in una fase di stagnazione nella quale si chiede all’autore di ‘produrre’ in base alla domanda del ‘consumatore’, il quale altri non fa che continuare a chiedere sulla base di ciò che gli viene proposto. La cultura intanto marcisce. Vengono in mente quei genitori che si lamentano dei figli che mangiano sempre e solo le stesse cose, poi si scopre che è da quando sono stati svezzati gli viene dato quello che chiedono ‘perché tanto noi gli piace altro’. Non se ne esce.

Non ho mai frequentato scuole di scrittura, ma non sono tra quelle che vi si oppongono. Esistono meccanismi narrativi che possono essere insegnati e imparati in tempi ragionevolmente più brevi di chi, come la sottoscritta, ha dovuto ricavarli da sé impiegando degli anni. La scrittura, in fondo, è uno strumento – imparare ad utilizzarlo è fondamentale. Si possono avere in mente una storia fenomenale e dei personaggi indimenticabili ma se non si è in grado di comunicarli resteranno per sempre intrappolati nella nostra creatività castrata. La scrittura è uno dei mezzi che consentono di operare il passaggio da chi crea a chi recepisce. Fornire gli strumenti necessari per operare quel passaggio è lecito, ma guidare la creatività seguendo le leggi del mercato induce inevitabilmente alla formattazione. Pensare che in un’economia di mercato la letteratura sia più libera della letteratura di propaganda tipica dei regimi totalitari è un’illusione. Distanziarsi dagli schemi condanna spesso allo stesso silenzio o marginalizzazione.

Mi viene in mente, per esempio, quando contattai uno dei maggiori editori italiani chiedendo se erano interessati a visionare il mio secondo romanzo. Non lo avevo inviato, avevo solo spiegato a grandi linee la trama. Il romanzo è ambientato a Cambridge, a pochi chilometri da dove vivo. Mi aspettavo una classica risposta, come “Ci arrivano troppi manoscritti…” ecc. Ne ricevetti un’altra invece che mi lasciò del tutto basita. Mi scrissero che per politica editoriale non erano interessati a romanzi italiani non ambientati in Italia. Non che non glielo avessi spiegato che vivevo in Inghilterra da tre decenni e che la mia ambientazione non era poi così esotica (tipo che volevo fare l’esterofila a tutti i costi). Niente. Uno dei maggiori editori italiani sembrava ignaro dei milioni d’italiani residenti all’estero, che tendono a scrivere di realtà a loro più familiari. Che senso ha quella politica? I lettori preferiscono le storie italiane? Non credo, visto che lo stesso editore pubblica regolarmente traduzioni di autori britannici ambientate in Inghilterra. Avrei fatto più presa se mi fossi presentata, che so? come Priscilla Blake? Sarebbe andata bene Cambridge? Per le leggi di mercato probabilmente sì.

Negli Stati Uniti il discorso è anche più estremo. La prima domanda che mi è stata rivolta da uno degli agenti che avevo contattato è stata l’ampiezza della mia piattaforma social. Considerati i miei ottocento followers su Twitter, meno di trecento su Facebook e la mia assenza su Instagram e TicToc ho deciso di passare al successivo agente della lista.

Ma che ne è dell’opera in tutto questo? Dove vanno a finire i contenuti se non si riesce neanche ad essere presi in considerazione a meno di non avere il nome di etnia corrispondente all’ambientazione o essere una influencer con un milione di followers?

Il tuo nome, il tuo piazzamento e il tuo impatto sulle piattaforme social contano più di quello che scrivi. I contenuti sono secondari.

Vuoi pubblicare? Assicurati di scrivere cose che vendano, inoltre prima di sederti davanti al computer, dedica un annetto a twittare cinquanta volte al giorno fino a che non hai raggiunto almeno duecentomila followers.

Sarò anche un’idealista e ridetemi addosso, ma la risposta è no.

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