“Non si sa più a chi credere” – Come si è arrivati a giustificare un’invasione

In precedenza, ho parlato dell’appropriazione da parte del populismo di alcune espressioni popolari sintomatiche di uno o più malesseri di base. Un’appropriazione mirata ad avvicinare  il pubblico.

Emotivamente, l’avvicinamento suscita comprensione e gratitudine. Si procede attraverso una serie di passaggi: dal “parlano come noi” al “si preoccupano di noi”, fino al “fanno i nostri interessi”./Allo stadio successivo si giunge a un rapporto più intimo. Quella persona è come se la conoscessimo, è nostra amica.

Abbiamo però visto anche che l’uso di espressioni come “Non c’è più democrazia”, “Esiste un pensiero unico” e “Sono tutti uguali” sia strumentale alla creazione di una realtà inquietante che conduce gli individui a uno stato continuo di angoscia, preoccupazione e impotenza.

È lo stato emotivo di cui ha bisogno il leader populista: quello d’indurre il cittadino a pensare che dei suoi problemi non importa a nessuno fuorché a lui. Quando le persone raggiungono quella convinzione emotiva, difficilmente i fatti potranno scalfirla. Anche se il politico beffeggia il suo elettorato (come Trump quando dice “Ho scelto il partito repubblicano perché aveva l’elettorato più stupido”, oppure “Mi piacciono le persone ignoranti perché votano per me”), le persone continuano a venerarlo. “Almeno lui è onesto”, dicono.

Non si tratta solo di diventare un punto di riferimento, bisogna presentarsi come “l’unico” punto di riferimento. Nessuno può contare su nessun altro fuorché proprio la persona che istiga il terrore in una realtà che è (paradossalmente) stata lei stessa a creare. Ne è l’artefice e al tempo stesso la cura. Per farlo ha bisogno di veicolare la comunicazione verso una direzione che contribuisca alla creazione di un determinato stato emotivo. È il luogo d’incontro tra populismo e totalitarismo. Allora entra in gioco un ulteriore mantra:

“Non si sa più a chi credere”

Come ci si arriva?

In passato, per manipolare l’opinione pubblica, era sufficiente appropriarsi del controllo dei mezzi di comunicazione di massa. In Italia, nel dopoguerra, prima dell’avvento delle TV private, l’informazione era bilanciata dalla spartizione partitica dei canali. Cambia tutto con l’ascesa del primo leader populista italiano, Berlusconi, che per assicurarsi il controllo creò un impero della comunicazione tra canali, giornali, case editrici. In Australia, Gran Bretagna e USA si assistette all’ascesa di Murdoch.

Lo scenario cambia radicalmente con l’avvento dei social media. Il controllo dei canali principali diventa insufficiente: sono lenti, pachidermici, e sempre meno influenti, e data la pluralità, meno complessivamente controllabili.

D’altra parte, i social media, così liberi, veloci e democratici, hanno presto offerto al populismo la piattaforma ideale per comunicare emotivamente. Velocità infatti è sinonimo di brevità. 

Esposti a un bombardamento d’informazioni proveniente da numerose fonti, gli individui si sono presto arresi al consumo veloce e privo di approfondimento. In generale, si è più esposti a quello che succede, ma senza avere il tempo di elaborare, ovvero di operare il passaggio tra l’impatto emotivo e la strutturazione del pensiero razionale.

Veniamo indotti, in questo modo, a vivere in uno stato di continua modalità di sopravvivenza, alla ricerca instancabile di notizie e informazioni che suscitino determinate emozioni o che le neutralizzino. Si vive anche una sorta di euforia della comunicazione, in cui la voce di qualsiasi utente si mescola insieme a quella delle voci dei professionisti e fa sentire l’individuo importante, ascoltato, compreso, fino al punto da equipararsi alle figure professionali.

Il populista non ha creato questa nuova realtà ma se ne serve. Là dove infatti l’emotività (che si nutre di semplificazione) prevale sulla razionalità (che si nutre di analisi basate su fatti) la realtà in quanto tale diventa irrilevante. Non si ha tempo. A ogni informazione ne segue subito un’altra e la somma di queste impressioni lascia tracce nel nostro subconscio non più facilmente raggiungibili o identificabili. Ecco allora che una realtà fittizia basata su “non fatti” ha una spinta propagandistica più potente di una realtà empirica che necessita prove, documentazioni, esposizione, analisi ed elaborazione; tutte cose che, per la loro natura immediata, i social media negano.

Per rendere più credibile la menzogna però occorre in primo luogo screditare gli organi di comunicazione tradizionali e le figure professionali, così che ogni voce di utente social, abbia lo stesso valore di quelle di figure istituzionali o professionali. Si comincia con “sono faziosi”, per poi proseguire a guidare il pubblico attraverso associazioni mentali, come: “sono pagati”, “sono controllati”, “sono servi del regime”, “ci impongono un pensiero unico”.

In passato, ho spiegato come accusare i media di “pensiero unico” sia un’arma del populismo e del totalitarismo per intaccare il principio di democrazia e imporre un pensiero unico. In questo contesto, però si arriva alla demonizzazione dell’informazione tradizionale per condurre il pubblico a uno stato confusionale “non si sa più a chi credere” per facilitare la diffusione di fake. 

Il paradosso è che un pubblico che “non sa più a chi credere” e che ormai percepisce l’informazione solo come impulso emotivo, comincia a credere fermamente a notizie non verificate e diffuse da ignoti e a diffidare di ogni fatto verificato diffuso da professionisti.

L’invasione dell’Ucraina ci aiuta a comprendere come la propaganda russa si sia operata a creare uno stato confusionale attraverso una ridefinizione linguistica immediata: non un’invasione ma un’ “operazione militare” di “denazificazione”, e una contestualizzazione impiantata attraverso una campagna mediatica durata alcuni anni che rendeva credibile il loro intervento a “supporto delle popolazioni del Donbass”. In sostanza, alla creazione di una narrativa mirata a giustificare un’invasione in larga scala di uno stato sovrano che altrimenti sarebbe stata da tutti imprescindibilmente condannata.

Lo ha fatto in primo luogo sfruttando e alimentando la confusione attraverso la diffusione su canali Telegram di numerosi video fake durante la guerra del Donbass. Chiunque abbia visto, per esempio, il video in cui sedicenti membri di Azov crocifiggono un russo, verrà coinvolto emotivamente al punto che nessuna successiva dimostrazione che si è trattato di un falso ha possibilità di scalfire. Il “falso” penetra a un livello profondo e induce a connessioni emotive a effetto domino. 

Come una scintilla su un terreno arido, il fuoco attizza e si diffonde, servendosi di persone che (in buona fede, sconvolte dalle immagini) diffondono la menzogna e la trasformano in “fatto”. Se poi il video non viene diffuso da organi ufficiali (in quanto falso), allora s’instaura uno stato di paranoia collettiva: “i media ufficiali ci nascondono la realtà”. Da lì, il passo al complottismo e alle accuse di “assalto alla verità” è breve. Ogni prova della falsità del filmato viene respinta dalla convinzione aprioristica che esista un piano elaborato da forze potenti, di cui i media tradizionali sono complici.

Un altro aspetto della propaganda russa in merito al Donbass è avvenuto a livello semantico, quando hanno accusato gli ucraini di  “genocidio” (accusa poi da loro stessi ritirata). Non mi dilungherò sugli aspetti specifici di ciò che legalmente definisce un genocidio, rimando per questo alla lettura a testi rilevanti, ma basti pensare che all’interno di una guerra civile, dove nessuna delle due parti ha il controllo totale del territorio e possibilità di attuare sistematicamente l’uccisione di una determinata categoria di persone, non esistono le condizioni per l’attuazione di un genocidio. I russi lo sapevano e infatti hanno ritirato le accuse, ma quel ritiro è irrilevante, perché nel subconscio collettivo, si è già instaurata una connessione tra ucraini/Donbass/genocidio.

Poiché inoltre parte dei membri di Azov sono nazisti, si è operata una generalizzazione da una parte al tutto: “sono tutti nazisti”, che ha avuto come conseguenza quella di successive associazioni: Azov sono nazisti/ gli ucraini sono nazisti/in Donbass è avvenuto un genocidio per mano di nazisti ucraini. In tutto questo esistono alcune verità, ma solo una parte (quella comprovabile con alcune foto di svastiche di membri di Azov), la quale diffusa insieme a numerosi falsi ha creato una realtà fittizia e una narrativa ideale per giustificare un’invasione.

Vi è stata infine la gestione manipolatoria dei numeri che da 14.000, di cui 10.700 militari e 3.300 civili (tra ucraini e indipendentisti) si è arrivati a 16.000 morti civili indipendentisti uccisi da Azov. Nella percezione collettiva lo sterminio di 16.000 civili è associato con “eccidio” e poiché i russi avevano usato il termine “genocidio”, ecco che dei numeri fittizi vengono addotti come prova. In sostanza si prova il falso con un’altra falsità.

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