“Sono tutti uguali” – Come si è giunti a non saper più distinguere tra vittima e carnefice

Nel mio articolo precedente ho esaminato come l’insediarsi di alcune espressioni abbia influito verso una spinta a destra del pensiero e ad accomunare due tendenze apparentemente scollegate, come quella contro i vaccini e il putinismo.

In questo articolo mi soffermerò su di un’altra espressione (in realtà sono moltissime ma mi soffermerò su questa che ritengo fondamentale) al fine di espandere il discorso e valutare se la metamorfosi della comunicazione sia casuale o intenzionale e del perché la ritengo pericolosa.

Vediamola:

“Sono tutti uguali”

Alla base del populismo esiste l’appropriazione del linguaggio popolare. Brexit, la vittoria di Trump nel 2016 furono dei “culture shock”. Per qualunque mente razionale, era inconcepibile come programmi politici basati su slogan spiccioli e palesemente menzogneri, avessero potuto inebriare milioni di persone fino a farle votare contro i propri interessi (come per esempio il Galles, quasi privo d’immigrazione e che beneficiava delle più alte sovvenzioni della UE, che votò in massa per Brexit a causa del pericolo “immigrazione” e dei “furti” della UE). 

Ricordo le discussioni ai tempi di Brexit, da me vissuta in prima persona. La lotta tra razionale ed emotivo era impari. Si era impreparati ad affrontare conversazioni in cui i fatti e realtà non avevano valore. La nostra mente razionale cedeva presto alla frustrazione. E da lì partivano le accuse d’ignoranza a cui seguivano controaccuse di snobismo e dissociazione dalle “masse”.

Ma come era avvenuta quella dissociazione e perché?

Il populista loda i Putin, i Trump, i Grillo, i Johnson (e molti altri)  perché “finalmente” è arrivato qualcuno a dire “le cose come stanno” e a parlare con “il linguaggio di tutti”. “È uno di noi” si sente dire. 

Esiste però una differenza fondamentale tra un nostro modo emotivo di comunicare nella vita di tutti i giorni e l’utilizzazione dello stesso gergo a livello politico. Il cittadino usa certe espressioni “di pancia” in modo spontaneo e non finalizzato. Il politico lo fa a scopo manipolatorio.

“Sono tutti uguali”

Questa espressione riecheggia dalla mia infanzia, quando nei pranzi domenicali le fazioni familiari trovavano un terreno comune solo negli attacchi alla DC. Esprimeva un malessere di “pancia” in cui la generalizzazione e la semplificazione offrivano una valvola di sfogo. Insomma, sfiatavano il malessere.

Sembrerebbe che non vi sia alcuna differenza nell’utilizzazione di queste espressioni oggi. Invece, nel momento in cui i politici hanno cominciato ad appropriarsi del linguaggio di “pancia”, le espressioni hanno cessato di essere sfogo per divenire carburante. Invece di contenere il malessere lo hanno amplificato.

Quando, in passato, una persona diceva “Sono tutti uguali”, inconsciamente sapeva che non era così. Sapeva che esistono persone migliori di altre, che ci sono politici più onesti di altri e che Borsellino e Falcone non erano uguali a Totò Riina, ma quella frase non creava una percezione della realtà, restava piuttosto confinata al malumore temporaneo. Quando però una figura pubblica (sia questa un politico, un giornalista ecc.), ovvero una figura di riferimento, si appropria di quel linguaggio, quelle frasi passano dall’essere un semplice sfogo ad essere visioni, conferme, paranoie. Creano insomma una realtà alternativa dove il “malessere” si materializza in una percezione angosciante della realtà. 

Quando il politico si appropria di espressioni “popolari” e instaura una comunicazione di tipo emotivo piuttosto che razionale, lavora sul subconscio collettivo. Se una persona che percepiamo come “uno di noi”, ma che in via della sua posizione pubblica poniamo “al di sopra di noi”, usa uno slogan che riconosciamo interiormente, diventa una verità assoluta. Allora, se “Sono tutti uguali”, il mondo è senza speranza. Non si può più credere in niente e a nessuno. È un pensiero che genera un’angoscia intollerabile. Colui che comunica usando lo stesso linguaggio emotivo, viene percepito come l’unica voce “vera”, come un salvatore. È in sostanza la glorificazione della menzogna sulla verità, in quanto la “realtà” non esiste più e i “fatti” sono irrilevanti. Ciò che resta è la realtà fittizia, quella che genera tanta paura e angoscia da necessitare una “cura”, quella che offre il leader populista.

Scardinare nelle masse il collegamento con il reale e creare una narrativa che spinga a credere a chi mente, diffidare di chi contrappone fatti e a votare contro i propri interessi in una sorta d’illusione collettiva è un altro aspetto che collega il populismo al totalitarismo. Potremmo dire che ne è l’aratro che prepara il terreno.

In breve, il politico populista abbraccia i principi di comunicazione di Goebbels.

In questo contesto ne abbiamo isolati alcuni:

 4. Principio dell’esagerazione e del travisamento. – Trasformare qualunque aneddoto, per piccolo che sia, in minaccia grave.

“Sono tutti uguali” diventa: “sono tutti contro di me e non ho scampo”.

5. Principio della volgarizzazione. – La propaganda deve essere popolare, adattando il suo livello al meno intelligente degli individui ai quali va diretta. La capacità ricettiva delle masse è limitata e la loro comprensione media scarsa, così come la loro memoria.

Non è necessario specificare in che modo “Sono tutti uguali”, basta enunciarlo.

10. Principio della trasfusione. – La propaganda parte da odi e pregiudizi tradizionali che possano creare messaggi che affondino le radici in atteggiamenti primitivi.

“Sono tutti uguali” affonda le radici nella storia della corruzione politica e nella diffidenza verso gli uomini di potere.

11. Principio dell’unanimità. – Portare la gente a credere che le opinioni espresse siano condivise da tutti, creando una falsa impressione di unanimità.

Tutti sanno che “Sono tutti uguali” perché per chi lo pensa è ovvio e non ha bisogno di conferme. Se lo dice il leader e il tuo vicino di casa, lo pensano tutti.

Infine, arriviamo all’invasione dell’Ucraina e analizziamo come la metabolizzazione del “Sono tutti uguali” abbia condotto molte persone all’ “equidistanza” e all’incapacità di distinguere tra invasore e invaso, tra vittima e carnefice.

È del tutto umano e naturale che la guerra faccia paura. È un orrore. E altrettanto in modo naturale, la maggior parte degli esseri umani anelano in modo spontaneo alla pace. Per la prima volta però forse nella storia abbiamo assistito ad una distorsione etica che ha portato non solo ad un’equidistanza innaturale (come si può essere, almeno moralmente, equidistanti tra aggressore e aggredito?) ma addirittura ad uno sbilanciamento per cui spesso quell’equidistanza è frutto del rancore (conscio o subconscio) verso l’aggredito, come se la guerra fosse colpa sua.

Per spiegarlo, dobbiamo tornare a Goebbels:

1. Principio della semplificazione e del nemico unico. – E’ necessario adottare una sola idea e identificare l’avversario in un nemico, nell’unico responsabile di tutti i mali.

“Sono tutti uguali” in una realtà di percezione manipolatoria in cui il nemico è identificato nei “nazisti”, negli USA (e di riflesso la Nato e Zelensky) significa che sono tutti nemici, tutti in combutta, tutti contro di noi, e l’unica salvezza, ovvero “voce fuori dal coro”  è chi li combatte: Putin. 

2. Principio del metodo del contagio. – Riunire diversi avversari in una sola categoria o in un solo individuo.

Se “Sono tutti uguali” e tutti nemici, c’è la guerra, noi non vogliamo la guerra, allora Putin è il salvatore (perché “non è uguale”) mentre la colpa è di Zelensky (che “è uguale” all’idea del “male”).

3. Principio della trasposizione. – Caricare sull’avversario i propri errori e difetti.

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6. Principio di orchestrazione. – La propaganda deve limitarsi a un piccolo numero di idee e ripeterle instancabilmente senza dubbi o incertezze. “Una menzogna ripetuta all’infinito diventa la verità”.

“Sono tutti uguali”, per cui se in Ucraina esiste Azov, allora “sono tutti nazisti”. Quando avrai creato questa percezione, nessuno farà caso alle numerose milizie naziste di cui ti servi da anni. Per il pubblico saranno “eccezioni”, mentre verso gli ucraini resterà per sempre la percezione che “Sono tutti nazisti”.